“Originariamente uomini e donne dovevano cantare, come suggeriscono fortemente i costumi degli aborigeni australiani di cui parlano Chatwin e Marlo Morgan”. Jacques Camatte, Dialogando con la vitaCamatte pensa all’uomo prima della Caduta, mentre José Bergamin, in Decadenza dell’analfabetismo, attribuisce la scomparsa del canto del popolo all’alfabetizzazione (Ivan Illich, che gli è debitore, parla di scolarizzazione).
“tali da potersi ricordare di quando il canto era una cosa viva e di tutti”. L’abbiamo visto morire, ma la nostra anima ne è rimasta impressa.
Oggi non c’è chi canti. Dicevo in quel numero, in una nota di commento, che queste parole esprimono un mio cruccio: uno dei più acuti fra quanti accompagnano il mio convivere con un mondo sempre più distante. Laudator temporis acti: ne sono conscio e non me ne vergogno. Mi dolgo invece del trovarmi davanti, per quest'argomento, una cerchia di lettori fatalmente ristretta: fatta di almeno (e ripeto almeno) cinquantenni, cioè tali da potersi ricordare di quando il canto era una cosa viva e di tutti. Ma ancor più mi dolgo che la fine d'una tale condizione sembra non esser colta dai molti che lamentano la sparizione delle rondini e del silenzio, l'inquinamento che ci minaccia da ogni parte e il fatto che molti bimbi e ragazzi di città non hanno mai visto uno di quegli animali domestici in cui prima tutti, più o meno, c'imbattevamo quotidianamente. Fenomeni, questi e altri consimili, senza dubbio dolorosi e allarmanti, ma meno gravi, in sé, dell'estinguersi d'una cosa
Cantando come donna innamorata(Dante, Purg. XXIX, 1): eco del
cantava come fosse innamoratadi Guido Cavalcanti (ballata della pastorella), ma anche espressione d'un concetto e d'una realtà comunissimi fino a ieri. Oggi, ditemi dove s'incontrano più, insieme, quelle due idee di canto e amore rimaste strettamente e spontaneamente unite attraverso i millenni. In compenso vediamo esposte, ostentate, cose che per loro natura non avrebbero nulla di pubblico, come, in tema d'amore, il bacio, svilito e dissacrato in un'esibizione che a noi vecchi può apparire soltanto stupida e pietosa.
lontanando morire a poco a poconella Sera del dì di festa, sia che gli giunga da vicino, dalla voce dell'artigiano che s'affaccia sull'uscio nella Quiete dopo la tempesta: mentre il commosso ricordo di Silvia s'associa a quello di stanze e vie inondate dal
perpetuo cantodell'allora felice fanciulla:
perpetuo, si badi bene, cioè continuo, essendo lavoro e canto naturalmente accompagnati, allora, come sono stati ancora ai miei tempi per artigiani, operai, contadini, pescatori, massaie intente al lavori di casa, e chi più ne ha più ne metta. Nello stesso modo io ritrovo nei miei ricordi i canti notturni, che l'infelice poeta accoglie, consolatori, quando gli giungono dai sentieri della sua campagna.