… ho trovato la sua Newsletter qualche settimana fa e la leggo con interesse. Ho visto anche i ricordi su Ivan Illich. Da trent’anni sto leggendo e raccogliendo tutti i testi di Illich in lingua tedesca e italiana. Le allego la bibliografia, forse può essere utile in qualche maniera. Uno degli ultimi scritti è una lunga conversazione con David Cayley per la radio canadese sulla corruzione del cristianesimo. Il testo è in inglese e tedesco. Sarebbe importante fare una traduzione in lingua italiana.
… ti invio questo lungo ricordo di Ivan Illich, scaricato dal sito della Fondazione Langer, di Domenico Farias [Pietro ha poi verificato che il testo, contrariamente a quanto riportato sul sito, è stato scritto prima della morte di Illich].
Confesso che non ho capito tutto, non sono abbastanza preparato, come non capii tutto quando lessi il libro intervista qui commentato, ma, ora come allora, molte sono state le suggestioni, gli stimoli, che mi hanno attraversato (non è questa, forse, la cosa più bella che possiamo trovare su una pagina scritta?).
Una per tutte. Nell’accostamento tra Illich e Gerolamo, Domenico Farias, indica “la spoliazione abramica – Esci dalla tua terra! –”.
Istintivo il bisogno di una nuova spoliazione o di un rivestimento, di un Dio che ci esorti ad entrare nella nostra terra. Ne siamo usciti fin troppo.
E ancora su terra e suolo da toccare e annusare. Mi è tornata alla mente una breve poesia (?) che scrissi una decina di anni fa. Sono andato a ricercare la vecchia agenda, ma nel mio disordine non riesco a trovarla. In questi giorni, però, continuano a rimbalzarmi in testa le parole e , a questo punto, credo di averla recuperata tutta.Ti ho veduto stamani su “I massi”
Ti ho veduto col cappello e il fucile
Ho pensato: “Soldato che guardi?
Stai rubando il mio sole e il mio vento”
Ma son io che fo guerra alla terra
Col mio cingolo che avanza lento
Sopra il suolo che non riesco a abbracciare
Verrà il giorno che riesco a scappare
Manderete soldati a cercarmi
Non dir loro, ti prego, che ho un figlio
Manderete soldati a cercarmi
Scapperò come scappa il coniglio
“L’isola dalla quale provengo è uno dei pochi luoghi ai quali Roma concesse, dopo il Concilio di Trento, di celebrare la messa romana - istituita appunto dal Concilio di Trento - in slavo, in slavo antico. Invecchiando sono divenuto sempre più convinto che è positivo essere un consapevole residuo del passato, uno che sopravvive ad un’altra epoca, uno attraverso cui si risale a radici lontane, anche se non in modo intenzionale. Sono conscio dell’incredibile privilegio di appartenere a certe tradizioni e di esserne stato profondamente segnato” (op. cit. pag. 62). “Dopo aver lasciato la mia vecchia casa in Dalmazia, non ho mai più avuto un posto che potevo chiamare casa. Ho sempre vissuto in un accampamento…”(op. cit. pag. 44).
“Sai Domenico, mi diceva, noi dalmati non siamo certo italiani, ma veneziani sì.”La stessa Dalmazia, ma anche una terra (e un mare) più giovane, che ringiovanisce mentre lui sta invecchiando
“sopravvivendo ad un’altra epoca”. Un’epoca custodita nel ricordo dove non giace inerte, ma vive riproponendosi alla coscienza in forme più essenziali e giovanili e tale da ringiovanire anche l’ospite, come Atena nelle sue apparizioni faceva con Odisseo.
“profondamente segnato”e che
“appartiene a certe tradizioni”potrebbe far pensare a Proust, al tempo perduto e ritrovato, ma l’accostamento mi sembra molto imperfetto. Certamente è una Dalmazia in idea, ma non si tratta di una forma ideal - tipica, di un’entità meno che reale, fantomatica come le anime dell’Ade, naufragate nel tempo, ma di un essere più che reale, epiousion, dal quale il soggetto riceve un consolidamento esistenziale, una seconda giovinezza di cui non riesce a darsi ragione. Si potrebbe pensare all’anamnesi platonica che schiude la visione delle idee e introduce alla loro dialettica, ma non si coglierebbe nel segno. C’è qualcosa di vero però anche in questo accostamento. Ricordare i nomi di Platone e di Proust non è del tutto inutile, anche se a Illich è estranea l’unilaterale oggettivazione della memoria del primo come la soggettivazione della memoria del secondo.
“incredibile privilegio”(pag. 62) non è di appartenere a una regione della terra, ma di
“appartenere a certe tradizioni e di esserne stato profondamente segnato”(ibid.).
“celebrare il presente e di celebrarlo usandone il meno possibile”(pag. 216). Ivan dice anche:
“Lasciateci essere vivi e lasciateci godere consciamente, ritualmente e apertamente del permesso di essere vivi in questo momento”(pag. 218).
“Credo che sapere che non abbiamo futuro sia una condizione necessaria per pensare e riflettere. Ci può essere un domani ma non c’è un futuro sul quale possiamo dire qualcosa o sul quale abbiamo un qualunque potere…”(pag. 216).
“nudum Christum sequere”.
“L’ideale di alcuni monaci medioevali che ho letto”(pag. 216).
“non habemus hic manentem civitatem sed futuram inquirimus…”, Agostino scriveva il De civitate Dei ...e Paolino si ritirava a Nola.
“è davvero difficile dire che per me la Terra e il suolo sono ancora la stessa cosa”(pag. 219).
L’imperativo di Girolamo: nudum Christum sequere riguarda questa spoliazione abramica: “esci dalla tua terra!”, non solo dalla Dalmazia, da Stridone o da Spalato o da Roma, ma anche e in generale dalla Terra, anzi esci perfino da Gaia e dalle illusorie responsabilità che da essa dovrebbero ricevere legittimazione.“Allora dico: lasciateci essere vivi e lasciateci celebrare”(pag. 218) è palese il ricordo delle parole del libro dell’Esodo:
“Ci sia permesso di andare nel deserto a tre giorni di cammino per fare un sacrificio al Signore nostro Dio.”(Es. 3,18).
“Lascia partire il mio popolo perché mi celebri una festa nel deserto”(Es. 5,1).
“Lascia andare il mio popolo perché mi possa servire”(Es. 7,26).
“Allora il Faraone replicò: Vi lascerò partire e potrete sacrificare al Signore nel deserto. Ma non andate troppo lontano...”(Es. 8,23).
“Rispose Mosè: …noi non sapremo come servire il Signore finché non saremo arrivati in quel luogo”(Es.10.26).
“Noi abitiamo intorno al mare del Fasi alle colonne di Ercole, come formiche o rane intorno ad una palude… ma essa, la vera terra, si libra nel cielo puro, dove sono le stelle, il quale la più parte di coloro che si occupano di queste cose chiamano etere… crediamo di abitare in alto sopra la terra, allo stesso modo di uno il quale, abitando in mezzo alla profondità del mare, si immaginasse di abitare sulla superficie e vedendo, attraverso l’acqua, il sole e le altre stelle, credesse cielo il mare…se uno riuscisse a spingersi fin su all’estremo lembo dell’aria o, messe le ali, vi giungesse volando, colui vedrebbe, levando il capo fuori dall’aria, allo stesso modo che qui da noi i pesci, levando il capo fuori del mare, vedono le cose nostre, così vedrebbe anche le cose di lassù”.
“Nel 1992 non provo più alcun interesse per le teorie scientifiche”(pag. 220).
“Non dimenticherò mai… Sullo sportello del frigorifero erano appiccicate due foto: una era il nostro pianeta e una era un ovulo fecondato. Due cerchi approssimativamente delle stesse dimensioni, uno verde - azzurro e l’altro rosa. Una studentessa mi disse: “Ci sono due porte d’ingresso per comprendere la vita”. Il termine porta d’ingresso mi colpì profondamente”. (pag. 202).
“Ho iniziato allora a riflettere se quei due cerchi, il verde-azzurro e il rosa non fossero il sacrum della nostra epoca. Essi sono differenti dagli altri sacra perché sono scienza pura, non sono oggetti. Sono, per dirla con il cardinal Ratzinger, emblemi di fatti scientifici, esiti di strumenti tecnologici. Come suggestivamente afferma Wolfgang Sachs, la visione più violenta mai ottenuta è stata quella della Terra da un punto esterno. Prova ora ad immaginare quante tonnellate di esplosivo sono occorse per separare una macchina fotografica Hasselblad dalla Terra, così che fosse possibile scattare una fotografia del nostro pianeta da un punto esterno…Tieni presente con che forza viene abolita la tradizionale e probabilmente necessaria divisione tra quì e lì quando guardiamo la Terra da un punto esterno”(pag. 203).
“La Terra, che è solo una fotografia scattata con una Hasselblad piazzata all’interno di un satellite che gira intorno ad essa, è la negazione della Terra. Uno può anche parlare di ateismo, ma la parola agaia non esiste; e tuttavia Gaia è un’ipotesi < agaia > , un’ipotesi < agaistica > , nemica di ciò che la Terra è… La Terra è qualcosa che puoi annusare, che puoi gustare. Io non vivo su un pianeta”(pag. 209).
“considero il vuoto nel quale conducono le soglie verde - azzurra e rosa molto più spaventoso, perché ciò che sì trova dietro queste soglie non è solo il vuoto, ma il nulla”(pag. 206).
“Prova a immaginare quanta violenza è stata fatta alle donne, quanta impudica violenza è stata esercitata, per fotografare lo zigote... quando guardiamo all'invisibile della gravidanza come a qualcosa già visibile qui”(pag. 203).
“Sto parlando di un modo di essere, di parlare, di esprimersi e di percepire nel quale la caratteristica del mondo come cosa creata appare fortemente accentuata, nel quale si parla di un ovulo fecondato, del cerchio rosa, come di una creatura senza mai pensare al creatore. Il termine creatura è stato distaccato dal termine, dall'oggetto di fede, cui nella nostra tradizione occidentale è 'stato sempre collegato”. (pag. 213). Poco prima aveva detto:
“La vita è diventata un falso dio e una negazione del Dio che si fece carne e ci redense”(pag. 212).
“quella vita che è nulla”(pag. 213).
“Secondo la ragione non sei peggiore né minore degli Dei”e Seneca:
“Giove in che cosa supera l'uomo virtuoso?”.
“Invece della pietà è l’egoismo (filautia) che hanno abbracciato attribuendo a sé stessi la causa delle azioni rette”(De Praemiis 12). Agostino dirà con nettezza:
“Deformare potuimus, reformare non possumus.”(PL,.38, 255), parole assai care a Ladner. Schematizzando forse troppo, Baio, riassumendo, concluderà
“Virtutes paganorum splendida vitia”
“scomparsa della decenza elementare”o della
“umanità elementare”(pag. 219).
“La terra ha dato il suo frutto”(Ps 66 (67),1).
“La terra, santa Maria, dalla nostra terra, dal nostro seme, da questa melma, da questo fango, da Adamo. Sei terra e tornerai alla terra(ib.7)
. Questa terra ha dato il suo frutto: ciò che hai perduto nel paradiso, lo ha dato il fiore. Dice il Cantico dei cantici: “lo sono un fiore dei campo e un giglio delle convalli”. Ecco questo fiore è diventato frutto, perché noi lo mangiassimo, perché ci sfamassimo delle sue carni ...”Notate che cosa dice il frutto in persona:
“Se il grano di frumento non cade in terra e non muore, non può portare molti frutti”(Gv. 12,24).
“La terra ha dato il suo frutto ... ha dato il grano di frumento ... il grano di frumento è caduto in terra ed è morto. Si è moltiplicato nella spiga, quello che era caduto da solo è risuscitato insieme con molti.”(Cfr. Origene - Gerolamo - 74 Omelie sul libro dei Salmi, a cura di Giovanni Coppa, Edizioni Paoline, Milano, 1993, pag. 7).
“Voglio essere in grado dì baciare il suolo su cui mi trovo, di toccarlo ... qualcosa che richiede tutti i tuoi sensi per poterla afferrare, per poterla sentire. La terra è qualcosa che puoi annusare…”.
“La cosa importante era che la gente stessa fiutava la santità di una reliquia, l'odore di santità”(pag. 93).
“Le ossa dei santi ...la cristianità ha mosso i primi passi celebrando la gloriosa vittoria delle persone che avevano volontariamente accettato la pena estrema”(pag. 92).
“La gente stessa fiutava la santità di una reliquia, l’odore di santità”(ib.).
“Ma non esiste più”(íb.).
“Da quel momento - fine dei secolo X - nessuno sentì più l'odore delle reliquie”(ib.).
“Baciare e annusare la terra”, senza essere per questo “un seguace della comunicazione corporea”(Cfr. Conversazioni, p.2l6).
“I luoghi sacri cristiani sono costruiti intorno a un altare, a un tavolo, che è posto sopra una tomba vuota”. Prima altare, poi tavola, per richiamare senza dubbio che i primi cristiani preferivano evitare la parola altare, la riservavano per la liturgia celeste dove altare è Cristo stesso (come lo chiama l'Apocalisse). Sulla terra c'è una mensa, la mensa imbandita di cui parla Girolamo nel passo che abbiamo citato. I cristiani non uniscono solo la croce e la rosa ma anche la croce e il grano, la croce e l'uva, la croce e il pane, la croce e il vino. La tavola imbandita da Dio in Cristo, nell'ultima cena, memoriale della Pasqua. Questa è ricordata a pag. 206. La tavola imbandita è ricordata a pag.216 dove si legge:
“… che simboleggi l'opposizione a quella danza macabra dell'ecologia, la tavola imbandita dove la vitalità viene consapevolmente celebrata in opposizione alla vita.”La parola vita sottolineata vuole significare lo svuotamento, anzi la nullificazione che la vita reale e terrena subisce quando non viene dato a Cristo quel che è di Cristo.
“La vita è diventata un falso dio e una negazione di Dio che si fece carne e ci redense”(pag. 217). Queste parole, ritengo, si devono intendere in rapporto a ciò che prima si diceva della pretesa umana di autocostituirsi in soggetti responsabili della salvezza,
“Per stare lieti si fanno banchetti e il vino allieta la vita”(Eccl. 10,19) dice:
“Onmis ...vir sanctus qui, ut Christus praecepit, magister Ecclesiae est, in risu et laetitia panem facit ed vini pocula ministrat in gaudio”. In un secondo tempo, da anni molto lontani, dai giorni degli studi di teologia, è riaffiorato un altro ricordo, di un vero magister che aveva trattenuto a pranzo a casa sua Ivan, andato a visitarlo perché voleva saperne di più sulla Herrlichkeit di Gesù. Cosi la conversazione continuò inter pocula. Era Romano Guardini, l'autore di Der Herr.
“Tu ea mente qua invides fratri, qua a patris recedis aspectu et semper in agro es (sottolineatura mia), nunc quoque vis absente eo inire convivium”.
“l’actualité historique, ce noeud des libertès humaines au sein duquel s’echangent leurs questions et leurs réponses pour donner au monde un sens qui les rapproche ou les écarte de leur fin trascendente.”
“Charitas omnia credit, omnia sperat, omnia sustinet… Videmus nunc per speculum, in aenigmate”(I° Cor, 13. 7-12).