«Del Noce insegnava a Trieste in quanto persona non grata nell’ambiente accademico torinese. Nella sua città, però, animava una sorta di cenacolo nel quale si trovavano giovani di provenienza culturale diversa. A ognuno di noi Del Noce affidava il compito di approfondire un aspetto poco conosciuto della tradizione culturale. A me toccarono i controrivoluzionari francesi. Con tutto quello che ne conseguì, compresa la mia tesi di laurea sul pensiero politico di Joseph de Maistre. La discussi a Torino, relatore Luigi Firpo e controrelatore Norberto Bobbio. Il quale, quando fu il suo turno, prese le seicento pagine del mio lavoro e le lasciò platealmente cadere per terra, dichiarando che si rifiutava di discutere una tesi su uno dei teorici della schiavitù moderna».
«Diciamo che [nel catalogo Borla] c’era già la volontà di affrontare i temi spirituali su un doppio registro: quello, per così dire, de vera religione (e cioè la fede cattolica), e quello de religione, vale a dire una riflessione sulla perdurante permanenza di una dimensione religiosa naturale nell’uomo. Ed era proprio questo che risultava inaccettabile da parte della cultura dominante di quegli anni. Non c’era scampo: o un autore, un libro, un’idea potevano essere ricondotti all’ortodossia neo-illuminista, marxista-leninista e neo-positivista, oppure venivano del tutto ignorati».
«[Nel 1969] Edilio Rusconi mi chiama a Milano offrendomi di dirigere la casa editrice che intende fondare. Per lui, che era considerato il re della stampa popolare, doveva essere un ritorno alle sue origini di letterato cattolico. Voleva una casa editrice che puntasse sui valori della qualità e della libertà, e che fosse capace di valorizzare libri altrimenti emarginati».
«Non ero affatto convinto del recupero di Giuseppe Prezzolini, personalmente voluto da Rusconi. Oggi come oggi, anzi, sono convinto che furono proprio i libri di Prezzolini, insieme con quelli "scandalosi" ma fortunatissimi di Armando Plebe, a far sì che nelle polemiche degli anni Settanta la Rusconi fosse etichettata come casa editrice della destra anticlericale. Pensi che nel ’72 Walter Pedullà, scrivendo su "Rinascita", parlava di un giusto cordone sanitario che impediva la diffusione dei libri Rusconi».
«Rusconi non si aspettava tanta ostilità. E a un certo punto non poteva neppure permettersela: aveva interessi in una concessionaria di pubblicità, la Sipra, stava tentando la strada della televisione con Italia 1. Così un giorno, nel 1979, Rusconi mi convocò per propormi una collana di libri molto raffinati, una dozzina all’anno, da pubblicare però al di fuori della casa editrice. Ringraziai e diedi le dimissioni».
«[Rispetto agli anni Settanta] sono cambiate le condizioni. Non si tratterebbe più di mettere in discussione i luoghi comuni della cultura novecentesca, ma piuttosto di scommettere sulla verità, cercando di capire il mondo e nello stesso tempo testimoniare la fede nella Chiesa».
"le cose non sono ritenute per quello che sono, ma per quello che appaiono"dove
"il volgo ha mille teste e molti occhi per la malizia e molte lingue per il discredito"e dove
"valse più a molti campioni un'acutezza che tutto il ferro dei loro squadroni armati, e la vittoria fu premio dell'acutezza". Un altro motivo del suo attuale successo è dovuto allo stile aforistico a frammenti. Questa frammentarietà apparentemente asistematica non è soltanto una scelta stilistica ma riflette la convinzione dell'autore che rifugge dall'idea che un libro possa racchiudere tutta la complessità della vita e della società. Ma alcune idee-guida si delineano chiaramente.
"E' la catena di tutte le perfezioni, è il cuore della felicità... La virtù basta a se stessa. Essa rende l'uomo degno di essere amato, quando è in vita, e memorabile dopo la morte". Ma per vivere nella società, per difendersi dagli attacchi degli avversari, per ottenere il favore del volgo come dei potenti, la virtù non basta; occorrono prudenza, astuzia, ingegno. Il gesuita spagnolo raccoglie e rielabora la quintessenza della saggezza tradizionale, come dimostrano le citazioni e le allusioni ai classici latini e greci oltre che alla filosofia tomista.
"La fretta è una passione degli sciocchi che, essendo incapaci di distinguere il limite di ogni azione, agiscono senza precauzioni. I saggi sogliono invece peccare di eccessivo indugio poiché un'attenta riflessione spinge a procrastinare: sicché una conclusione intelligente viene talvolta sciupata dalla poca prontezza nell'eseguirla". Quanto ai rapporti con gli altri, specie con gli avversari e gli aggressori, il Gracián consiglia una specie di aikido spirituale nel quale le energie aggressive vengono non respinte ma utilizzate, e il loro impeto assecondato fino a rovesciarlo nel suo opposto: metodo non dissimile, come ebbe modo di rilevare Cristina Campo, da quello dei Padri del Deserto nella contesa con le potenze tenebrose. Questo testo, come gli altri del gesuita spagnolo, è scritto in un linguaggio che proietta sulla ribalta di un immaginario teatrino barocco immagini astratte di sentimenti, vizi e virtù, scopre affinità fra cose apparentemente distanti, modera un paradosso o una esagerazione dopo averla enunciata, trasforma un oggetto o una situazione nel contrario di ciò che sembra essere a prima vista, ma anche deduce conseguenze imprevedibili e segrete o crea giochi di parole, anagrammi o inversioni di termini, non sempre traducibili nella nostra lingua; pone enigmi, nell'alludere, nell'equivocare o addirittura nel trarre da una cosa l'estremo opposto e provare, attraverso l'argomentazione, tutto il contrario. Con quello stile il gesuita spagnolo aveva scritto prima dell'Oracolo, un trattato, L'acutezza e l'arte dell'ingegno, pubblicato in Italia da Aesthetica, che aveva suscitato critiche tra i confratelli e poi avversione fra i superiori i quali privilegiavano e raccomandavano, come lo hanno raccomandato agli allievi come me, l'esatto opposto di quanto teorizzava e applicava nelle sue opere Baltasar Gracián: un linguaggio chiaro, semplice e comprensibile.
"La prospettiva più spaventosa è quella rappresentata dalla tecnocrazia, una sovranità sotto controllo, esercitata da spiriti mutili e mutilanti". Auspicava un approccio articolato e complesso alla realtà che permettesse di inserire lo sviluppo tecnico in un progetto globale più armonico. Il visibile, il creato, il manifestato, non è infatti soltanto misurabile, può essere oggetto di approcci diversi, fra di loro complementari. La luna, ad esempio, può essere vista, studiata, contemplata sia da un punto di vista astronomico e chimico, sia mitico e fisiognomico.
"Entrambe le qualità - scriveva - possono essere riunite in forma sinottica, se la mente ne ha la facoltà. In questo caso il salto è riuscito: il salto verso l'origine; e dalla coincidenza prospettiva degli opposti scaturisce stereoscopicamente una nuova dimensione, che non solo li unisce in senso spaziale ma li eleva pure qualitativamente". Parallelo a questo approccio conoscitivo Jünger sentiva la necessità di un ancoramento dell'uomo nel suo profondo, di là dalle ragioni storiche; anche perché la pura potenza e ricchezza, come le ragioni del lavoro, non possono appagare chi non è radicato in un fondamento che le trascenda. È infatti la mancanza di senso, di prospettiva a sottrarre all'uomo la felicità, il sentimento di vivere armonicamente; per questo motivo la forma di pianificazione e globalizzazione attuale suscita in molti inquietudine, se non un profondo pessimismo, anche perché tende a uniformare la terra a una ratio ispirata al solo criterio della efficienza. Ma la vita non può essere ridotta a quella sola dimensione. È indispensabile intuire, trovare, ancorare a
"qualcosa d'altro". "Questo - soggiunge Jünger - è senza dubbio il compito delle religioni, cui ogni persona di senno, anche qualora non ne senta il vincolo, darà nei grandi conflitti il proprio sostegno, là dove, per esempio, esse sono alla mercé del razionalismo ateistico della pianificazione, con tutta la sua arroganza". Sul filo dei capitoli emergeva continuamente questa sua preoccupazione: Jünger avvertiva la necessità che forze spirituali superiori orientassero il potente movimento in corso. Tuttavia giudicava insoddisfacenti per l'uomo contemporaneo le religioni esistenti, quasi non riuscissero più ad appagare la ricerca di Dio; né riusciva a concepire una
"fede in dei personali". Eppure ripeteva continuamente che l'uomo educato dalla Ragione illuministica sentiva che l'ateismo non era sufficiente. Il suo oscillare fra un desiderio di fede e un rifiuto della Rivelazione, così come le sue vaghe esortazioni a un ancoramento trascendente, sembrano anticipare quel proliferare di ricerche, di approcci, di adesioni a nuovi culti che è uno dei
"segni dei tempi". Ma a circa trent'anni da questo libro l'incontro con un sacerdote gli permetteva di rispondere ai suoi interrogativi, di concludere la nichilistica
"traversata del deserto".
"Tradizione che è dappertutto la stessa, nonostante le forme diverse che riveste per adattarsi a ogni razza e a ogni epoca". Si potrebbe obiettare perché avesse abbandonato la sua religione, il cattolicesimo. Probabilmente perché era attratto dall'islam, che nulla concedeva alle filosofie razionaliste e materialiste occidentali, e anche dal sufismo, al quale fu iniziato fin dal 1912.
"O voi che avete gl'intelletti sani / mirate la dottrina che s'asconde / sotto il velame delli versi strani"(Inferno IX, 61-63). Guénon vi proietta le sue idee sull'opera dantesca la quale d'altronde suscita ancora oggi tante riflessioni per il suo legame con l'associazione della "Fede santa", di cui il poeta fiorentino pare sia stato uno dei capi, con l'ermetismo e persino con la tradizione islamica, testimoniato dalle analogie fra il suo "viaggio" da Inferno e Paradiso e quello che si ritrova nel KItâb el-isrà (Libro del viaggio notturno che fece Maometto) e le Fûtûhât el-Mekkihah (Rivelazioni della Mecca) di Mohyiddin ibn Arabi, opere pubblicate 80 anni prima della Commedia.
"Vi sono elementi che non possedeva la tradizione precedente, una promozione spirituale. Questa promozione corrisponde al passaggio dalla conoscenza di Dio grazie al mondo visibile alla rivelazione della sua vita intima in Gesù Cristo".
"Per me, come d'altronde per molti giovani del mio ambiente, di là dalla conoscenza proposta dal filosofo del Cairo, vi è la scoperta di un obbligo complementare, che è l'obbligo dell'amore. Esso rende possibile la partecipazione al mondo e la comunicazione con gli esseri che solo il mistero dell'amore, chiuso a Guénon, ci restituisce".