“La visita al Padre misericordioso di Meier mi indurrebbe a scrivere un saggio diretto contro l’intelligencija cattolica (ecclesiastica e laica, non solo italiana), un saggio in cui da un lato combattere il “gusto” (dominante e irriflesso) per l’impoverimento iconico degli spazi e degli oggetti, edifici, linguaggi sacri, dall’altro affrontare l’articolazione tra simbolico iconico e bellezza e la necessaria cura per la santità di quest’ultima.
Immagini tratta da: A.FALZETTI, La chiesa del Dio Padre Misericordioso di Richard Meier, CLEAR, Roma 2004
Contro la stessa deriva ideologica, per cui (ad esempio) il Dio Padre misericordioso di Meier può essere tenuto dal parroco come un qualsiasi spazio chiesastico bello destinato a cultori e turisti, tendenzialmente a-/de-sacralizzato fino alla celebrazione liturgica, poiché prima e dopo la celebrazione esso sarebbe solo uno spazio neutro. Convinzione questa che (se effettiva) si oppone a ciò che (da) sempre lo spazio sacro, anche ecclesiale, è (stato): luogo peculiare in sé.
Essa sarebbe anche in contraddizione con la stessa (discutibile) pre-dispozione degli spazi e dei volumi del Padre misericordioso, concepiti da Meier per una essenziale religiosità ‘mistica’ (*) ; anche se sofisticatamente si potrebbe argomentare che solo a condizione di una desacralizzazione palese si apre la possibilità di una fruizione “religiosa” o “spirituale” postcristiana – tesi più vera in termini di esperienza psicologica corrente che di prospettiva religiosamente fondata. Bisogna ricordare che sono iconici e non “vuoti” anche i segni religiosi aniconici, dell’ebraismo e dell’islam.

Spenderei anche la tesi che a sancire la sacralità del luogo e a aprire il luogo alla fiducia del credente sono i segni dell’uso sacro (arredi e ogni altra res dedicata al rito ecc.), che nella chiesa di Meier sono rimossi; l'altare non sembra un altare, se non sconsacrato, perché è un bel monolite di pietra senza alcun segno qualificante: né un crocifisso, o una tovaglia, o un leggio, insomma senza traccia della sua destinazione, destinazione che davvero rende l’oggetto sacro (anche cultuale) non più disponibile ad altro […] .
NOTA (*) Al Dio Padre misericordioso anche l’esposizione nella teca degli oggetti liturgici (di Bulgari) agisce in negativo, “a togliere”, quasi a significare: “anche gli arredi liturgici sono qui pura musealità”; infatti, essendo “nuovi” non possono essere messi in una vetrina se non ottenendo un effetto estraniante. Avviene come se fossero anch’essi puri oggetti da vedere (in realtà non particolarmente ‘belli’) senza uso — nella vetrina non vi è differenza tra il non ancora in uso e il non più in uso. La cosa che offende un po' e che rivela l’ideologia della conduzione pastorale della chiesa è la casualità, lo sciatto bricolage, con cui è concepito l’unico spazio a chiara destinazione di pietà, la “cappellina” della Madonna (= uno spazio seminascosto, mal arredato, quasi vi fosse imbarazzo a mostrarlo).”
>> [...] visto che l'argomento ti interessa due parole su un tema importante. Salingaros forse forza un po' i toni, ma sta conducendo una battaglia appassionata contro la corporazione degli architetti modernisti. Cerca di dare unità a due delle tendenze che si oppongono all'architettura nichilista: la prima è quella di Leon Krier, che all'epoca della lista Verde avevamo portato a Firenze, la seconda, per dei versi ancora più importante, è quella di Christopher Alexander, il geniale creatore del paradigma del Pattern Language. La cosa interessante è che qualche anno fa l'idea di Alexander è stata adottata dai guru dell'informatica e quindi i Pattern sono entrati nel mio lavoro. [...] Nel libro di S. che la Libreria Editrice Fiorentina sta traducendo c'è un pezzo molto bello sull'architettura religiosa, tradotto in portoghese credo dai Gesuiti, ma non in italiano. Lo trovi ad esempio a