“‘… E poi dicono di quelli del (mio) Mugello’
Caro Stefano, ma per caso – non ricordo d’avertelo chiesto – sei nato a Barberino? Io ci andavo da molto piccolo a visitare la mia nonna in una casetta di paese (brocche, mezzine, i fornelli a carbone, il bagnetto – si fa per dire – sul mezzanino, ecc).
Mio padre era nato lì, cresciuto sotto la raggelante autorità (basta vedere un ritratto ad olio) del suo papà che da sempre era il ‘reggente’ del Comune. Pensa, per mortificarsi, portava sempre, sotto il completo nero, il cilicio in vita come alcuni frati, per sentire il dolore; tutte le sere il Rosario al lume di candela, i fioretti ed altro. Insomma, qualcosa di lontano dal libertarismo di Pannella, ben commentato da Socci. … Claudio”
“Caro Claudio, scusa il ritardo, sono nato a S.Agata, vicino Scarperia, dove abitavano i nonni paterni. Quelli materni stavano a La Castellana, vicino Panna, la casetta è ora per metà dei miei, l’altra di mio cugino Vasco, e quindi di tanto in tanto rivedo i vecchi castagni. Mi ricordo di quando arrivò la luce elettrica, prima lampade a carburo. Ma io non so raccontare il mondo che ho visto, potresti provarci tu… Stefano”
| Certo, chi pose qui le fondamenta, non conosceva il piombo e la livella; forse nel mille, forse il mille e trenta, quando non c’era Craxi né Pannella. |
| Senza lasciare targhe né epitaffi, quest’esseri vissuti nei primordi, con lunghe barbe, con spioventi baffi, è bene che qualcuno li ricordi. |
| Facendo prevalente pastorizia e dissodando queste terre avare, seppur non lasciarono notizia, si può supporre: l’esperienze amare. |
| Questi eroi, senza nome e senza gloria, vissero dei frangenti disumani e seppur non fecero la storia, sono antenati miei: dei Castellani. |
| E da quel nome origine poi prese, il vecchio borgo della Castellana e la mia stirpe piano poi si estese, come un’eco di voce alla lontana. |
| Non ho mai fatto araldiche ricerche, ma so che il mio bisnonno, il buon Pieria, oltre a seminar il grano e le cicerchie aveva come dote: la valentia. |
| E da quest’uomo valido, tenace, discese degno nonno Fortunato, il solo ricordarlo mi dà pace; un esempio di vita, timorato. |
| Avrei voluto tanto ereditare, non beni materiali, ma saggezza, non solo unicamente ricordare esempi in estinzione, che tristezza. |
| Con grande dignità, con gran sagacia, temprati dalle prove, le più estreme, di questa gente piena di tenacia di esaltare le doti, assai mi preme. |
| Che abbiamo conservato di retaggio? Solo i difetti, poche le virtù la loro forza, l’umiltà, il coraggio, sembra solo una fola niente più. |
| Quando talora passo e non ho fretta da Marcoiano, ahimè, provo sconcerto nel rimirare quella mia chiesetta come una cattedrale nel deserto. |
| E chi l’ha vista pullular gremita di gente molto semplice e serena, pulsando insieme a lei pieni di vita non può sfuggire il senso di una pena. |
| Attonito riguardo il campanile, i muti bronzi delle sue campane e quel suono dolcissimo, gentile, più non risuona per le vie montane. |
| Quella voce argentina assai possente più non echeggia nella valle antica, a stimolare forza alla sua gente come un omaggio offerto alla fatica. |
| Immobili rimangon le campane, non suona mezzogiorno alle sue genti, tra le case vicine e le lontane il solo suono, è il sibilar dei venti. |
| E quelli turbinosi della vita, hanno disperso noi, povere foglie ed ora già si conta sulle dita la poca gente che la terra accoglie. |
| Tu sonasti festoso campanile, al primo sacramento della vita e sempre il tuo squillar lieto e gentile, quando c’inanellarono le dita. |
| Squilli di gioia, squilli di mestizia tu annunciavi a vicenda ai tuoi fedeli ed or tacendo, non fai più notizia un solo monumento ti riveli. |
| E come spesso accade per un sogno, quando rimane solo la visione e ti tormenta l’animo il bisogno di far rivivere, cose e persone. |
| Possiamo spolverare la memoria e rivangare l’orto abbandonato, fan parte quelle pagine di storia, di un inedito libro del passato. |
| Un libro di struggente tenerezza, di un tempo memorabile che fu, quando nel ciclo della giovinezza splendeva l’astro della gioventù. |
“A proposito di campane ricordo l’accesa discussione che dovetti sostenere a Marcoiano con alcuni che la sera del 9 maggio 1935 vennero a chiedermi di suonare un bel doppio per celebrare la conquista dell’Etiopia da parte delle nostre truppe e la proclamazione dell’impero, dipendente da Roma. In conclusione dissi loro che era inutile che insistessero, non avrei mai permesso che per quell’avvenimento si suonassero le campane, essendo state benedette perché servissero solo per chiamare i fedeli al culto e per scongiurare pubbliche calamità. Sonandole ora che è già notte, non essendoci nessuna cerimonia religiosa, la gente penserebbe ad una grave calamità; anche voi la pensate così? Se l’impara il federale, state lustri!” Leto Casini, Ricordi di un vecchio prete, pag. 44, Editrice la Giuntina, Firenze 1986
| Quando cadon giù le prime foglie ed il verde del bosco trascolora, i vecchi tronchi, dalle rame spoglie, svettano maestosi nell’aurora. |
| E quelle piante insieme a te cresciute sfidano venti, piogge e le procelle, se tu le ascolti, pure essendo mute raccontano le favole più belle. |
| Nelle giornate fredde o luminose, quando da cupo il cielo si fa fosco, quando le nebbie scendono tediose un richiamo possente esce dal bosco. |
| Quella voce allettante, lusinghiera, l’acre odore di foglie e borraccina, invitano a cacciar nella brughiera il re supremo della selvaggina. |
| Questo richiamo atavico attanaglia con fascino possente, eccezionale e ti abbandoni in mezzo alla boscaglia, nella struggente attesa del cinghiale. |
| Per ore te ne stai fermo in attesa vigile con lo sguardo, orecchio teso, l’inclemenza del tempo non ti pesa e ti senti un eroe “più che incompreso”. |
| Ma quando la canizza si scatena, quell’attimo fuggente ti ripaga per la sopportazione di ogni pena è un fiume di emozioni, che dilaga. |
| Sotto quell’onda d’urto ogni tua fibra moltiplica per mille ogni tuo senso e quella smania che da dentro vibra, ti fa sentire grande nell’immenso. |
| Per i più bravi è merito di vanto, anche pei fortunati un po’ di gloria, son attimi febbrili e nell’incanto, tu scrivi la tua pagina di storia. |
| Questa passione vecchia e sempre nuova comporta sacrifici ed umiltà e solamente l’uomo che la prova, conosce a pieno il bene che ci dà. |
| Quando le lepri morian di vecchiaia e le starne dovean emigrare, quando i fagiani beccavan sull’aia, pei cacciatori c’era un gran da fare. |
| Accadde appunto in quell’epoca gaia, il fatto che vi sto per raccontare; ed eccovi di seguito i dettagli, protagonista un certo Mario Magli. |
| Fin da piccino cominciò ad entrargli addosso la passion del cacciatore e cominciò a cercar cani e guinzagli e il fucile volea dal genitore. |
| Insomma insisti, prega, picchia e dagli un giorno pien di gioia e di stupore, ricevette dal padre quale manna, un trombone a bacchetta da una canna. |
| Partì la sera stessa e andò per Panna, ben munito di polveri e pallini; tira a due lepri e l’animo si danna, ma di bandita, passarono i confini. |
| Spara al fagiano, gli cantò un osanna le starne gli beccarono i pallini, tornando a casa col vuoto in bisaccia i merli gli facevan la boccaccia. |
| Al buon padre bastò guardarlo in faccia, quando in cucina entrò, ridendo amaro, gli disse: “Disonori la tua razza, mentre al piombo subir farai rincaro. |
| Però se il primo giorno non s’ammazza la selvaggina, non è caso raro; la delusione che oggi ti ha depresso, ti spronerà domani nel successo”. |
| Sognò la notte d’essere a un congresso di lepri, di fagiani e barbagianni i quali gli facevano il processo per tentato omicidio ai propri danni. |
| E l’incubo si accrebbe il giorno appresso nella Cerreta presso il Pian di Gianni, gli passaron quattro lepri proprio belle, buone davvero, per le pappardelle. |
| Con la tromba nel sacco e le padelle ritornò verso casa sconsolato; al buon padre, al fratello e alle sorelle disse: “Davvero, sono scalognato!”. |
| Nessuno poi credette alle storielle e lui per non sentirsi canzonato e per dar prova della sua bravura si balzellò le starne alla pastura. |
| Era una sera luminosa e pura, scendeva dalle fonti quella brezza che di rado ci dona la natura e tutto sfiora come una carezza. |
| Mario guardava da quella fessura del capanno di frasche che in bellezza aveva costruito da suo pari, in una stoppia di Monterinari. |
| Gli occhi rotava intorno come fari, mentre l’ombra dei faggi del poggetto si allungava sul campo del “safari”, un quadro degno per un Tintoretto. |
| Tutto ad un tratto si sentì due spari ed il rapido volo è presto detto, sbucaron le starne di tra i faggi e si posaron proprio nei paraggi. |
| Per ben capire questi personaggi, che definir si voglion cacciatori, bisogna aver captato quei messaggi che la natura dà con i suoi valori. |
| Quindi niente sarcasmo né pestaggi, non chiedon della cronaca gli onori; come sportivi vanno rispettati nei pregi e nei difetti esagerati. |
| Mario già trepidava per gli alati, che in ogni istante poteano sbucare, la siepe scrutava in tutti i lati e il cuore gli batteva da scoppiare. |
| In fila indiana come dei soldati, il branco delle starne intanto appare, poi in ordine sparso si dispone; Mario impietrito, stringeva il trombone. |
| Se un timido talvolta si propone di fermare una donna che a lui piace, arrossisce, balbetta e in conclusione vorrebbe dir gran cose, invece tace; |
| questo in poche parole il paragone. Le starne intanto, nella quieta pace, all’ombra si spollaiano festose ignorando lo zio Mario e l’altre cose. |
| Dopo mezz’ora al fine si propose di farsi rispettar da quei “rapaci”, la canna a uno spiraglio piano pose succhiellando diceva: “Cuore taci!”. |
| Un altro poco l’anima si rose contando tutti gli attimi fugaci, poi risoluto il suo grilletto tira, ma si scordò di prendere la mira. |
| Accecato di collera pien d’ira Mario non si potea dar pace, per sua fortuna aveva mezza lira... ...e un cacciatore più di lui capace, |
| di quelli che non sbagliano la mira, gli tolse le castagne dalla brace vendendogli una starna e la speranza insieme ritornò; con la baldanza. |
| Non sapendo lo zio com’è d’usanza una volta abbattuti questi uccelli, per evitare indebita fragranza... si tolgon dalle viscere i budelli. |
| Ma questa imperdonabile ignoranza in errore l’indusse, senza orpelli e l’innocente, semplice menzogna lo fece spasimar dalla vergogna. |
| Un cadetto parea della Guascogna con quella starna in mano trionfante, “Oh... che te l’ha portata la cicogna!” gli disse il padre, un poco titubante; |
| “Vuol dire che è finita la scalogna” rispose Mario intrepido, anelante; e posò la sua starna sul bancone con l’aria sufficiente del campione. |
| “Ma l’hai starnata?” disse il buon Ceccone, “No, non l’ho fatto” gli rispose il figlio; “Fammela fare a me questa funzione ho sempre il vecchio uncino, ora lo piglio”. |
| A sviscerar la starna si dispone invano fruga, poi con serio ciglio gli disse: “Su racconta la menzogna! ....” Mario sarebbe entrato in una fogna. |
| “La vanità combattere bisogna!” riprese il padre a dir con bonomia “La fama che da giovani si sogna confonde realtà con fantasia! |
| ma sono i soli istanti in cui si sogna, a parte quella semplice bugia. Uccidere una starna già starnata fa novità, ma quanto l’hai pagata?” |
| Quando l’imperatore Vespasiano fece innalzare il grande Colosseo per divertire il popolo romano; certo non si pensava ad Amedeo. |
| Lotte bestiali, veramente atroci, di schiavi, di cristiani e gladiatori mandati in pasto a bestie assai feroci, per la felicità dei spettatori. |
| Poi, forse, per mancanza di felini e non per carità; presto s’impara ad usare pietà per i vicini e per far prima s’usa la lupara. |
| Faccio riferimento a questi fatti per raccontarne un altro fresco fresco, forse noi cacciator siamo un po’ matti a volte, si sconfina nel grottesco. |
| Veniamo al dunque. Il poggio del Salceto è un’isola di verde, sempre uguale; in quell’intricatissimo forteto, vi s’era stabilito un bel cinghiale. |
| Il decorso novembre, una mattina ci decidemmo di mandar lo sfratto e i battitori ansiosi sulla cima aspettavan per dar lo scacco matto. |
| Appena sciolti i cani in Battipiano, presero in breve tempo la passata e la canizza, come un uragano, si dileguò nell’aria, disperata. |
| Il cinghiale puntò verso la buca ove stava appostato il prode Baldi, “Vien proprio qua da me, maremma ciuca! Dio me la mandi buona, il ciel mi salvi!”. |
| Quando il nero spuntò nella radura, soffiava come un toro scatenato, il Baldi, pur tremando di paura a prendere la mira, trovò fiato. |
| Sparò più volte il valido Amedeo e la bestia rimase in sua balia poi la fuga tentò dentro il paleo, nell’estremo sussulto d’agonia. |
| Temendo che la preda gli sfuggisse, il Baldi si gettò sull’animale e con le mani, come il prode Ulisse, una lotta ingaggiò, quasi mortale. |
| Afferrò per le gambe l’ungulato e insieme rotolò lungo il pendio, contuso infine, lacero, stremato, render credette l’animaccia a Dio. |
| Cercò di estrar di tasca anche il coltello, ma vana risultò quella manovra e riprendendo il tragico duello, di nuovo si avventò come una piovra. |
| Pietrino dalla cima di un poggetto impotente assistette al corpo a corpo; “Che brutta fine!” disse “poveretto!” e pe’ un istante, lo credette morto. |
| A portare soccorso al nostro eroe, accorse il Ghenghe, dalla posta accanto, soffiava l’Amedeo pareva un boe, disse: “Spara al cinghiale! sennò schianto!”. |
| Un colpo pose fine a quello strazio e solo il Baldi allor lasciò la presa, con fil di voce disse: “Ti ringrazio!” e rimase accasciato, a pancia stesa. |
| Poi, quando il Ghenghe si rendette conto dell’incolumità del gladiatore, fece all’amico un meritato affronto, compreso tra il beffardo e lo stupore. |
| “Se invece di rischiar la tua pellaccia in un assalto quasi furibondo, ti fossi ricordato che la caccia si fa con il fucile in tutto il mondo; sarebbe stato facile, più saggio che mettere in vetrina il tuo coraggio.” |
| I segni della lotta sovraumana si notavano ancor dopo due mesi, setole di cinghiale e pelle umana si agitavan tra i pruni, ancora appesi. |
| Peccato! Per gli eroi non c’è più spazio come accadeva in campo di battaglia, ma per ricompensarti dello strazio, di mota, ti daremo la medaglia. |
| Se al posto di un barboso manoscritto, ahimè! filmato avessi quella scena e mostrarvi quell’uomo a buco ritto in una posizione da far pena; sbellicare farei l’Italia intera per questa storia incredula, ma vera. |
| Con questi versi mi son preso abuso, di sfottere Amedeo fuor di misura, ti prego amico! Non tenermi il muso, se ti ho colpito sotto la cintura! La tua mira eccellente e la mia stima mi fan sentire amico più di prima. |
| Innanzi di por fine a questo canto, ringraziare vorrei tutti gli amici che di chiamarli tali, me ne vanto a costo di gravosi sacrifici. |
| Anche le quote mie sono in ribasso, ma contro il mio voler, questo mi pesa; non posso più seguire il vostro passo, purtroppo, siamo prossimi alla resa. |
| Ma perdonate un pizzico d’orgoglio, abbiamo fatto insieme tanta strada; mentre gli uccelli, il vento e il pozzo all’Oglio canteranno per me l’inno alla squadra. |