“Il mio commento: Splendido!
Era così, Stefano; e anche tu lo sai bene attraverso i ricordi dell’infanzia. Io ricordo mia madre che partecipava alla funzione del rosario, la sera, certe volte in chiesa e diceva delle litanie incomprensibili. Quando cominciavo, per via del ginnasio, a familiarizzare con il latino, le dicevo piano, fra incensi e candele, che non erano quelle le parole; lei mi stringeva con amore la mia mano di giovinetto, un bambino ancora per lei, e proseguiva all’interno del mio silenzioso biasimo.
Ora ricordo e comprendo il suo immenso, autentico atto di fede che suoni di misteriose parole sorreggevano e guidavano, non importa come e se non correttamente pronunciate; figuriamoci se quel Dio censiva la sintassi; si compiaceva del trasporto, della confidenza riposta in lui dal bisbiglio di un cuore.
Papa Ratzingher, chissà, anzi certamente questo ha fatto bisbigliando compostamente l’invocazione altissima e inespressa nella moschea di Istanbul. Che è arrivata al Dio di tutti ed agli uomini che in buona fede l’hanno osservato e poi stimato.
“Etenosse inducatintentazione” udivo allora. Bene così. Il mistero non soffre per questo, certamente non la speranza. Paradossalmente ne straccia male il velo proprio la lingua che usiamo per ordinare da Mc Donald o per inveire ad un semaforo. Non essendo capaci di ben gestire quest’ultima, meglio lasciare ad altre, mal pronunciate parole il richiamo di un mondo che è evocazione, intuizione, trasporto, possibilità indimostrabile. Non otterremmo di più, da quel mondo, usando correttamente parole che lo descrivono e lo sollecitano attraverso la preghiera. Guardiamo il mondo con occhi puri e lo purificheremo, diceva Unamuno.
Forse è per questo che Benedetto XVI invita a tornare anche al latino. Forse perché lo si pronunci pure male, ma si risenta l’antica voce pura, non contaminata. Più confidente.
[…] Claudio Marcello”