“Considera che ho dovuto aspettare una trentina d'anni per trovare qualcuno (parlo di conoscenze in carne ed ossa, di amici...) che capisse l'importanza di queste cose...”, ho scritto ad Armando Ermini quando ho ricevuto il testo che vedete e col quale entriamo nel vivo delle ultime questioni. Dico subito che sul tema resteremo ancora; c’è un mio pezzo del ’92, che forse avrete col prossimo numero, molto vicino alle cose che scrive Armando, e poi ci saranno aggiornamenti: in quindici anni qualche idea si è chiarita (od oscurata, vedete voi).
“un piede nella storia e l'altro nel presente”, Armando allega anche una nitida riflessione sui fatti di Catania. Conclude un mio commento.
“l’individuo sociale astratto (l’uomo dei bisogni) rappresenta l’uomo pensato in termini di valore d’uso […] l’individuo sottratto a ogni obbligazione collettiva d’ordine magico o religioso, liberato dai suoi legami arcaici, simbolici o personali, privato ed autonomo […]”L’individuo libero da legami, di qualsiasi tipo, non si trova in “natura” in quanto l’uomo si definisce sempre entro un contesto di relazioni che ne muta anche il rapporto con gli oggetti. Non per caso il prototipo dell’eroe borghese letterario, Robinson Crusoe, per poter incarnare al meglio le virtù dell’uomo così come la borghesia le concepiva, è stato letteralmente isolato su un’isola deserta. E se non esiste “naturalmente” l’uomo emancipato, privato e finalizzato dai propri bisogni, è il bisogno stesso a sottendere un rapporto sociale. Di più, il processo di “emancipazione” giunto alle sue conseguenze logiche estreme svela oggi con chiarezza la forzatura ideologica di cui è frutto, e la sua natura di astrazione. L’individuo emancipato e autoreferenziale dell’800 e del 900, conservava tuttavia un aggancio con la natura nel suo essere sessuato, maschio o femmina, fondamento biologico e psichico di bisogni oggettivamente definiti, ancorché mediati e ricollocati, ma mai negati, dal contesto culturale. Negata dapprima la costitutività del soggetto nella relazione, ora che anche la costitutività nel corpo sessuato viene negata, l’astrazione appare al suo massimo grado. Il soggetto si presenta nel mondo (dei rapporti di produzione e del consumo di merci), non solo sganciato dagli altri, ma anche da se stesso. Le ricadute di questa concezione in termini di organizzazione sociale e culturale sono enormi, come è chiaro ad ogni osservatore attento della realtà.
“Una società industriale non può esistere se non impone certi presupposti unisex: il presupposto che entrambi i sessi siano fatti per lo stesso lavoro, percepiscano la stessa realtà e abbiano, a parte qualche trascurabile variante esteriore, gli stessi bisogni. Ed anche il presupposto della scarsità, fondamentale in economia, è logicamente basato su questo postulato unisex”.Al polo opposto dell’individuo astratto si pone lo Stato. Ma anch’esso, lo Stato nazionale moderno, si fonda su uno scambio fra sovranità individuale e “servizi sociali” (difesa, mediazione e compensazione fra interessi contrapposti, redistribuzione delle risorse). Siamo, insomma, sempre nel campo del calcolo di equivalenza fra utilità, dove il concetto di società si contrappone a quello di comunità (anche nazionale) fondata su contenuti identitari a forti riferimenti simbolici e su legami personali piuttosto che “contrattuali”. Tocqueville ha descritto il processo di costituzione del nuovo Stato come sradicamento e annientamento di tutte le comunità locali in terra di Francia e di “liberazione” degli individui dagli antichi legami. Marx, da parte sua, considera questo sradicamento dai
“legami variopinti”che contraddistinguevano le antiche società, come progresso decisivo verso il pieno dispiegamento dei bisogni e verso l’emancipazione dall’
“idolatria della natura”, divenuta finalmente
“puro oggetto d’utilità”(Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, Einaudi 1976). È evidente l’identico ceppo culturale, ed allora non può sorprendere, tramontato il mito dello Stato comunista come espressione degli interessi di classe del proletariato, il riflusso ineluttabile della sinistra ex o post marxista, su posizioni al centro delle quali c’è il medesimo individuo astratto coi suoi bisogni, ad onta delle intenzioni proclamate.
“Il nucleo centrale del dono è infatti un’azione, un dare, che va dal soggetto verso l’esterno. Perché avvenga occorre una situazione di libertà: la libertà, desiderio, di dare […]”dunque al di fuori di manierismi, codici collettivi o interessi personali. Anche il dono rituale
“non prenderebbe forma se non esistesse nell’essere umano questa spinta archetipica a dare, donare. Una spinta libera giacché non conosce altro vincolo se non la sua tendenza a realizzarsi, a dar/si forma (che tuttavia non diventa mai coazione)”, svincolata quindi dal bisogno. In questo senso il dono è segno di sovrabbondanza, di eccedenza affettiva e libidica, esuberanza di energia che si riversa verso l’altro senza nulla pretendere in cambio.
“consumazione”(distruzione fine a se stessa) e mi trova in disaccordo il dubbio espresso su ciò da Stefano. Bisognerebbe riflettere sul significato della svalutazione del fallo e dell’attribuzione ad esso di caratteri intrinsecamente negativi, in relazione al principio del bisogno e degli oggetti (l’utile, la materia) che dominano la modernità. C’è un nesso fra le due cose, come c’è un nesso con la svalutazione/allontanamento del padre. Contrariamente all’ipotesi di Freud (non dimostrata) dell’orda primordiale dove il padre si appropria delle femmine del gruppo e scaccia i figli/concorrenti, Dieter Lenzen, sulla scorta degli studi antropologici di Malinowski sulla Melanesia, sostiene che la paternità, all’origine, avrebbe avuto connotazioni sociali ed emotive (il prendersi cura dei figli della compagna e di lei), indipendentemente dalla biologia o dall’attribuzione parentale delle strutture culturali. Il padre, dunque, come portatore del dono, ossia come depositario di stili di vita e di relazione intrinsecamente contrari al principio dell’utilità, e quindi da rimuovere come ostacolo al suo pieno dispiegarsi.
“ricerca spasmodica d’identità e un’energia libidica (in senso lato) da scaricare”si fosse indirizzata anziché verso una squadra di calcio, verso una rossa bandiera, vedi Carlo Giuliani, quei giovani avrebbero onori e strade intitolate.
“di Baudrillard non riesco a capire bene il riferimento al cristianesimo”. Credo qui che possano essere utili due citazioni, la prima, per me fondamentale, è di G. K. Chesterton:
“Gli uomini moderni non sono cattivi, in un certo senso, son fin troppo buoni. Il mondo è pieno di virtù selvagge e messe in subbuglio. Quando un sistema religioso è sconvolto, come il Cristianesimo all'epoca della Riforma, non si scatenano soltanto i vizi. I vizi - rilasciati - dilagano e danneggiano. Ma anche le virtù, lasciate in balia di se stesse, si diffondono più selvaggiamente e fanno anche più terribili danni. Il mondo moderno è pieno di antiche virtù cristiane che sembrano come folli: sono divenute folli perché sono scisse una dall'altra e vagano senza mèta.” (L'ortodossia, Morcelliana, Brescia, 1947, p. 25).La seconda, relativa alla nascita dell’ “individuo astratto”, o meglio del “prossimo astratto”, è del citato Ivan Illich, il quale, al Convegno di S.Rossore del 18 luglio 2001, forse costernato dalla fuffa buonista che lo circondava, replicò così a monsignor Alessandro Plotti:
“Parlano di alternative, come abbiamo sentito adesso, in questo supermercato di piccole proposticine, in confronto a quello che veramente è importante: vedere da dove viene — mi scusi, Eccellenza, Padre — da dove viene l’idea mondiale, introdotta in tutte le culture, di ritenerci circondati di bisognosi e dunque dell’obbligo morale di dover per forza interpretare ed intervenire coi nostri criteri, l’idea che ci ha portato ove ora siamo. Mi scusi se lo dico così, ma lei ha detto che ogni uomo è il mio prossimo. Se ricordo bene, al Cristo non è stato domandato: «Come mi devo comportare verso il mio prossimo?», ma: «Chi è il mio prossimo?». È passato un giudeo, è passato un secondo giudeo, poi è passato un palestinese, e quel palestinese, di fronte a quel disgraziato giudeo battuto, è stato preso nelle sue viscere, nelle sue trippe e ha detto: «Sì, questo è il mio prossimo». Io in questo momento non vedo nessuno che è qui e che io abbia già accettato come prossimo!”Illich, ricordando la tradizione degli antichi greci che avevano
“un dio, «Zeus Xenos», lo Zeus degli stranieri” e che per questa ragione erano in modo notorio ospitali “come quel pastore di porci accolse Ulisse”, proseguiva la critica “dell’istituzionalizzazione del prossimo”, ispirandosi a quella di S. Giovanni Crisostomo (IV secolo) al primo welfare cristiano che istituzionalizzava l’ospitalità:
“«Non fate questo vescovi! Altrimenti scoraggerete gli individui che sono tanto ammirati e sconvolgono i cristiani, perché hanno un letto, cioè un sacco extra, una candelina e un po’ di pane, perché lo straniero potrebbe bussare. Dimenticheranno di agire così!»”.