“Mentre il clan, la tribù, il villaggio, ecc., costituiscono il più delle volte un gruppo unito che discende da un’origine comune, la città, l’ufficio e la fabbrica, per esempio, sono psicologicamente unità di massa. […] al gruppo, per esempio un popolo, subentra un’unità di massa, per esempio uno Stato, cioè una struttura puramente nominale […]”Dietro alla sostituzione del rapporto personale col rapporto colle cose, emerge in realtà non l’individuo, ma l’individuo/massa,
“opposto alla coscienza e al mondo culturale, […] irrazionale ed emotivo […] Egli corrisponde mitologicamente all’aspetto negativo della Grande Madre […]”,
“aiutare il 'terreno', sostenendo le funzioni vitali affinché si rafforzino”. Ed in questo contano le persone e i comportamenti individuali, non i progetti d’ingegneria sociale. Tuttavia ritengo che oggi esistano motivi d’inquietudine del tutto nuovi. Fino ad ieri la contrapposizione fra i grandi sistemi ideologici prefigurava si strutture sociali diverse o addirittura opposte, ma identico per tutti rimaneva lo statuto antropologico dell’umanità. “L’uomo nuovo” dell’utopia comunista continuava a nascere da corpo di donna fecondato da un uomo, come risultato dell’incontro fra due corpi sessuati. Le generazioni si succedevano l’una all’altra condizionate solo dal fattore “caso”, e si continuava a credere nella funzione educativa di padri e madri. Userò le parole di un raro, forse unico, eretico di sinistra, Pietro Barcellona, che in Il suicidio dell’Europa. Dalla coscienza infelice all’edonismo cognitivo, scrive:
“Il problema della vita, o meglio il potere sulla vita, ovvero del rapporto fra vita e potere […] è diventato la posta in gioco del nostro tempo […] Mentre l’epoca precedente è stata caratterizzata dal dominio della natura, oggi quest’ultimo si presente come dominio della vita. Il dominio della natura significa mettere a profitto un terreno, costruire una città. Il dominio della vita consiste invece nel sostituire la natura nei meccanismi del vivente […] ciò che consente la manipolazione della vita è la convinzione che la vita stessa non ha valore, all’interno di una visione nichilista che travolge ogni idea di diritto. […] All’aurora del nuovo mondo, le norme giuridiche al pari di qualsiasi bene sono prodotte a partire dal nulla e possono essere ricacciate nel nulla”Siamo dunque in presenza di una linea di frattura ben più profonda di tutte le precedenti. Non si tratta più di dividersi fra iniziativa privata o pubblica, sul far prevalere l’uguaglianza o le libertà economiche, ma di decidere se debba esistere o non esistere un limite nei processi di fabbricazione artificiale del vivente. La portata della posta in giuoco è immensa, questa volta davvero capace di mutare definitivamente la percezione di sé dell’uomo, e non c’è nessuna garanzia che ciò non accada. Nonostante tutto mi ostino a stupirmi della cecità di coloro non vogliono vedere cosa è in giuoco, o se lo vedono se ne rallegrano. Parlano in nome della libertà, ma a me sembra una manifestazione di quella ricolletivizzazione delle coscienze di cui parlavo prima.