“dittatura della maggioranza”.
“bellezza morale”e la
“chiarezza della coscienza”richiamate da Benedetto XVI in questo magistrale discorso sono i terminali naturali dell’azione della coscienza, ma non di ogni coscienza, non di una coscienza qualsiasi, bensì di una coscienza ordinata alla verità. La Gaudium et spes recita così, sovvertendo il senso comune postmoderno:
“L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio nel suo cuore; ubbidire ad essa è la dignità stessa dell’uomo e, secondo questa, egli sarà giudicato”(n.16). Un testo celeberrimo e insieme ignorato nello scarto oggettivo che produce rispetto alla posticcia modernità: la coscienza non è la clava che rompe l’ordine naturale per ordine dell’imperio del potere di turno, ma è il criterio di discernimento della verità. A quest’ultima essa è oggettivamente sottoposta. E qui riecheggia la domanda di Pilato: “Quid est veritas?”. Sant’Agostino rispose: “Vir qui adest”, “L’uomo qui presente”, cioè Cristo evidentemente, ma quand’anche questa evidenza non fosse patrimonio comune, resterebbe sempre la drammatica domanda su ciò che è bene e ciò che è male, interrogativi fondativi e fondamentali, dunque introdotti nell’umana ragione e nel cuore dell’uomo da una natura che non può essere censurata come inopportunamente inscritta nel discorso individuale e pubblico. Una sorta di
“perturbante”, annota Papa Ratzinger, almeno così appare il suo sottile non detto; un “perturbante” esageratamente reale e sproporzionato rispetto alla capacità dell’uomo di creare ad immagine e somiglianza della teche un prodotto in vitro, una vita a disposizione dei gusti e dei desideri eletti a divinità postmoderne, feticci della ubris degli uomini del nostro tempo.
“Vita militia est”, ergo di militanza e battaglia aperta si tratta, contro, stavolta sì, il pre-giudizio scientista, abnorme nel senso etimologico se comparato con la gravità della realtà in questione, la vita. In questa tensione drammatica che Balthasar avrebbe definito come
“sinfonia della verità”, si gioca la battaglia nel presente della Chiesa, la battaglia contemporanea di questo Papa. Kierkegaard non tentava neppure di censurare la prima verità dell’ortodossia cristiana, Cristo è nostro contemporaneo, il Papa ora traduce il nesso con l’ortodossia in categorie estranee al rigorismo tradizionalista eppure solide e tenacemente aggrappate al corso universale e totalizzante del Magistero della Chiesa. L’esito logico è il seguente:
“La vita è il primo dei beni ricevuti da Dio ed è fondamento di tutti gli altri; garantire il diritto alla vita a tutti e in maniera uguale per tutti è dovere dal cui assolvimento dipende il futuro dell’umanità”.
“Ma cos’è questa ‘coscienza’? La dittatura del principio della soggettività che non si fa carico di alcuna responsabilità collettiva e tanto meno delle conseguenze che ne derivano”. Conseguenza: o la coscienza, anche in politica, si adegua ai criteri dell’ordine sociale ed istituzionale, questo sì oggettivo ed insindacabile (giacobinismo allo stato puro), oppure si auto-confina nel
“ghetto della soggettività”, per citare paradossalmente Benedetto XVI: se la coscienza
“si attiene— continua Galimberti —
unicamente ai propri principi, senza farsi carico delle mediazioni e soprattutto delle conseguenze delle proprie azioni, una simile coscienza, che limita a tal punto il ‘principio di responsabilità collettiva e sociale’, è troppo ristretta e troppo angusta per diventare il punto di riferimento della decisione politica, che per sua natura deve farsi carico della mediazione e delle conseguenze delle sue risoluzioni. Per cui la dittatura della soggettività è in ogni suo aspetto incompatibile con l’agire politico, e non salva neppure l’anima perché, come ci ricorda Kant: ‘La morale è fatta per l’uomo, non l’uomo per la morale’. E questo monito vale anche, e forse a maggior ragione, per l’ideologia”.