“Transformation en 15 minutes d’un autel afin de le rendre digne pour la venue de notre Seigneur jésus Christ”), dateci un’occhiata, Nikos Salingaros l’ha così commentato per noi:
“Veramente molto interessante questo video! È senza dubbio un bell’esempio della teoria di Christopher Alexander, per la quale un luogo sacro si sviluppa attraverso materiali semplici: legno, tessuto, fiori, candele... Il sacro risiede nella geometria molto particolare – la geometria vivente, biofílica.
Noto molto bene tre cose:Dopo aver visto questo video possiamo concludere che l’essere umano ha già la capacità biologica/neurologica di creare un luogo sacro. In questo esempio, aiuta molto il fatto che siamo già in una Chiesa, ma la lezione é infatti generale.
- Il luogo sacro si fa qui con materiali molto economici. La grande bugia dell’architettura necessariamente costosa, fatta di materiali costosi, serve soltanto per disorientarci e portarci lontano dalla geometria essenziale.
- In quale punto i preti cominciano a genuflettersi di fronte all’altare? È quando è diventato indubitabilmente sacro, non per gli articoli religiosi sul muro o sulla tavola, ma un tutto insieme coerente. Vediamo una brusca transizione quando sorge la vita.
- Quale precisione incredibile è necessaria per realizzare la giusta geometria! Molti piccoli cambiamenti nella simmetria ... nessuno direbbe che ciascuno di essi è necessario, ma in realtà lo sono tutti. E il prete lo vede chiaramente, assolutamente.
È vero anche il contrario. Architetti contemporanei cercano la geometria la più lontana della geometria sacra. Così com’è facile creare la vita intrinseca nell’ambiente costruito, ci vogliono sforzi enormi per realizzare una costruzione che ospita la malvagità.”
“Ecco come progettare [gli spazi sacri] affinché parlino all’uomo del mistero divino”, Agorà, domenica 5 agosto) invitano a qualche reazione. Riprenderei un tema che mi impegna da qualche anno, ovvero: come sottrarci alla perdita di significato che da decenni colpisce la architettura contemporanea delle chiese? Scrive Mario Botta, con tutto il peso della sua autorità, che
“lo spazio della chiesa deve essere facilmente leggibile e permettere al fedele attraverso un solo sguardo di orientarsi facilmente e sentirsi a proprio agio in modo da partecipare come protagonista alle celebrazioni liturgiche”.
“solo sguardo”, che è forse un’iperbole, è affare dell’architetto, primo responsabile della leggibilità degli spazi come tali, il
“sentirsi a proprio agio”e il
“protagonismo”del fedele sono altra cosa o, meglio, non è nelle risorse dell’architetto concettualizzarli e risolverli (sicuramente non da solo). L’agio e l’agonismo del fedele sono infatti sotto la norma dell’evento liturgico, e si realizzano appropriatamente a condizione che siano anzitutto con-formi con quell’evento. L’agio del fedele nello spazio sacro non può essere qualcosa di genericamente psichico o psico-sociale (uno “star bene” in chiesa o alla messa); sarà piuttosto un essere “preso”, con altri uomini, plebs sancta, dall’azione liturgica e lì sapersi, in forma eminente, membro della civitas Dei viventis, scoprirsi già caelestis. Sapendo anzitutto che “protagonista” non è quella che Botta chiama
“assemblea comunitaria”; protagonista è l’unico Sacerdote, Cristo. Versus Deum per Iesum Christum.
“dopo Picasso o Klee”, come Botta si esprime (posto che questo sia ancora un canone per l’artista contemporaneo). Al suo interno deve organicamente parlare, per immagini e forme eloquenti, la civitas Dei celeste, perché vi sosti non spaesata la civitas dei terrena e itinerante. Sottolineo il “non spaesata”, poiché insidioso argomento di liturgisti e pastoralisti è talora che lo spaesamento rappresenta in sé l’itinerario ed anzi la forma della fede contemporanea (è l’ideologia della videoinstallazione di Wallinger nella cripta del Duomo di Milano).