Purtroppo il pregiudizio dell’autenticità (misto a un discreto complesso di inferiorità nei confronti della cultura contemporanea) ha indotto alcune volte vescovi, parroci e religiosi a rivolgersi a persone corrotte dal punto di vista morale e poco valide dal punto di vista artistico. Il primo aspetto non può inficiare da solo la scelta degli artisti, che, in quanto uomini, hanno diritto a tutta la comprensione e tutto l’aiuto del cristiano, nel rispetto della libertà personale. Il secondo aspetto è invece determinante: se le opere in questione sono ingannevoli - perché celano significati non cristiani - o semplicemente brutte, non le si può collocare in una chiesa a danno dei fedeli.
Qualcuno ha fatto rilevare che nel nostro secolo le immagini che esprimono con più forza l’evento della Crocifissione sono state generate lontano dalla Chiesa. La produzione figurativa generata nell’alveo della Chiesa è invece di infima qualità e al tempo stesso incapace di comunicare con il mondo. George Rouault (Parigi 1871-1958), uno dei pochi grandi artisti conservatisi cattolici, aveva avvertito tutto il dramma di questa distanza e ne aveva dato la sua spiegazione. Secondo lui la pittura religiosa è esangue perché è impiastricciata del passato, segue una forma esteriore di bello, che non porta a niente. Non serve a niente prendere in prestito idee dal guardaroba degli antichi
. E avvertiva: la vera arte sacra è stata fatta senza presupporre di essere arte sacra.
Rouault, in realtà, un debito con il passato lo aveva contratto, come quasi tutti i suoi colleghi che in questo secolo si siano cimentati su soggetti religiosi. è il debito con Mathis Neithardt Gothardt, detto Grünewald (Würzburg 1480 ca - Halle 1528), il grande pittore tedesco che tra il 1512 e il 1516 dipinse quello straordinario capolavoro che è l’altare di Isenheim a Colmar, in Alsazia. Isenheim è un po’ il Sacro Monte a cui tutti i grandi, in particolare nel secondo dopoguerra, si sono recati in pellegrinaggio.
L’elenco dei pellegrini è lunghissimo. Inizia da Pablo Picasso e arriva sino a Francis Bacon e ad Arnulf Rainer, senza saltare neppure un temperamento lirico e pacifico come quello di Henri Matisse (Le Cateau 1869 - Cimiez 1954). Questi, nel 1946, dovendo dipingere la famosa cappella di Saint-Paul-de-Vence in Provenza, realizzò numerosi disegni proprio ispirandosi alla Crocifissione
di Grünewald.
Cosa li ha convinti della necessità di questo pellegrinaggio? Forse l’intuizione che l’indifferenza del mondo può essere vinta solo accettando di seguire la violenza inaudita e scandalosa di Grünewald. È lo scandalo che la gnosi si rifiuta di accettare, perché lo reputa assurdo [71]. I pittori della Croce esprimono il senso di una lotta: quella della realtà contro chi ha preteso che sia possibile una salvezza fuori dalla realtà stessa. Essi hanno rimesso in gioco la realtà, anche a costo di trovarsela tra le mani devastata e cieca.
Per superare il complesso di inferiorità a cui si faceva accenno è urgente che il committente ecclesiastico studi molto e si prepari bene a svolgere il proprio ruolo. Egli deve sapere, allo stesso tempo, fare richieste precise all’artista, pretendendo da lui che faccia e rifaccia il proprio lavoro fino a raggiungere il risultato dovuto, e rispettarne la libertà di espressione. Nei casi estremi sarà necessario rivolgersi ad altri, perché le chiese non possono essere il museo dei capricci di sedicenti artisti oppure di artisti veri ma orgogliosi.
Il committente colto e consapevole sa scegliere fra un Bernini e un Borromini [72], senza attendere di vedere il risultato finale, che sa intuire dalle opere giovanili dell’artista. A volte può chiedere qualche modifica in corso d’opera.
Oggi sono pochi i committenti con le idee chiare su cosa vogliono. Nel caso dell’architettura, quando viene affidato l’incarico di progettare un ospedale, una scuola o una chiesa, specie se l’incarico è pubblico, non viene mai fornito un programma chiaro (che tipo di vita si intende far svolgere in quell’edificio, quali valori si vuole raffigurare in esso e come). Si lascia all’architetto la massima libertà, che poi è assoluta discrezionalità non solo sull’aspetto del manufatto, ma anche sulla sua funzione reale.
Questa delega di compiti è assurda, perché è come commissionare a un sarto un abito per una persona inesistente (a cui il sarto dovrebbe avere la possibilità, del tutto fantasiosa, di far compiere il salto dal nulla all’essere): il minimo che possa succedere, al momento di farlo indossare, è che l’abito si accartocci su sé stesso per l’assenza di un proprietario.
Se alcuni committenti ecclesiastici debbono superare il complesso di inferiorità nei confronti della gestualità gratuita di alcuni artisti, altri debbono scoprire che il gusto per la verosimiglianza di tipo rinascimentale è un pregiudizio. L’arte è vedere oltre. Certi efebi svenevoli del Pinturicchio o certe villanelle di Raffaello sono molto più lontane dalla verità sui santi e sulla Madonna dei soggetti ritratti da Duccio di Boninsegna o da Cosmè Tura.
In ogni caso non guasterebbe un lavoro accurato per demitizzare l’arte, riportandola nell’alveo dei mestieri artigianali, che sanno umilmente contornare la vita dell’uomo di oggetti significativi. Per ottenere tale risultato ritengo inevitabile avviare un’opera di demistificazione delle argomentazioni degli artisti contemporanei (o delle schiere di critici d’arte compiacenti e compiaciuti delle proprie trovate retoriche), che non cercano la bellezza quanto la comunicazione.
Ciro Lomonte
Note
[1] Mi pare che sia stato Bruno Zevi a sostenere, a ragione, che l’architettura è il mestiere più antico del mondo. È stata questa la prima arte che alcuni uomini dovettero sviluppare in modo specialistico per mettersi al servizio degli altri uomini. Ciò avvenne non appena questi ultimi decisero di abbandonare le caverne per realizzare cavità artificiali che avessero, oltre ad uno scopo funzionale, anche un valore simbolico, legato alla visione del mondo e al tipo di organizzazione della società.
L’architetto Zevi, nato a Roma nel 1918, è noto non solo come il principale sostenitore e interprete dell’architettura e del pensiero di F. Ll. Wright, ma anche come uno degli esperti più competenti di storia e critica dell’architettura.
[2] Il Bauhaus venne chiuso dai nazisti nel 1933. Pare che abbia riaperto i suoi corsi a Dessau nel settembre del 1998. Il nuovo direttore è un certo Rolf Kuhn.
[3] Così era definito Walter Gropius dal pittore Paul Klee, docente al Bauhaus dal 1921 [ndA].
[4] Tom Wolfe, Maledetti architetti, Bompiani, Milano 1982, pp. 10-12. Questo testo è indispensabile per mettere a nudo la mentalità da conventicola di illuminati propria dei fondatori del Movimento Moderno. Bisogna rilevare che la denominazione originale, From Bauhaus to our house (Dal Bauhaus alla nostra casa), giocava ironicamente sulle assonanze. All’edizione italiana è stato dato invece un titolo provocatorio e sarcastico, con l’intenzione evidente di suscitare la curiosità del potenziale lettore.
[5] Lo stesso Gropius era figlio e nipote di architetti che avevano occupato importanti posizioni ufficiali [ndA].
[6] Tom Wolfe, op. cit., pp. 14-15.
Per sapere come l’epiteto borghese venisse impiegato per fare alcune epurazioni all’interno delle stesse avanguardie cfr. pp. 19-20, dove si descrive come l’olandese Theo van Doesburg (Utrecht 1883 - Davos 1931) liquidò l’espressionismo curvilineo di Erich Mendelsohn (Allenstein, odierna Olsztyn, 1887 - San Francisco 1953) nel corso del Primo Congresso internazionale di Arte Progressista, svoltosi a Düsseldorf nel 1922.
A p. 21 si accenna al modo in cui vennero banditi i colori dagli edifici, perché troppo borghesi, per adottare l’uso di bianco, beige, grigio e nero.
[7] Questo processo raggiunse il suo vertice con la crociata delle cattedrali, corrispondente alla fioritura del gotico in tutta l’Europa. Ma le stesse considerazioni si possono fare a proposito dei costruttori dell’arte bizantina, di quella romanica e di quella arabo-normanna.
[8] Alcune interessanti valutazioni della saggezza su cui si fondavano i metodi costruttivi dei popoli dell’antichità si trovano in Pietro Laureano, La piramide rovesciata (Il modello dell’oasi per il pianeta Terra), Bollati-Boringhieri, Torino 1995.
[9] Naturalmente intendo per demonio l’angelo ribelle di cui parla la Rivelazione cristiana e non figure della mitologia pagana.
Per questo, come per gli altri contenuti della dottrina della fede, il testo di riferimento migliore - non per nulla da sei anni è uno dei libri più venduti nel mondo - è il Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1992.
[10] Genesi 6, 5 - 9, 13.
[11] «Se non è certo possibile addebitare al padre del razionalismo moderno l’allontanamento dal cristianesimo, è difficile non riconoscere che egli creò il clima in cui, nell’epoca moderna, tale allontanamento poté realizzarsi. Non si attuò subito, ma gradualmente. In effetti, circa centocinquant’anni dopo Cartesio, constatiamo come tutto ciò che era essenzialmente cristiano nella tradizione del pensiero europeo sia già stato messo fra parentesi. Siamo nel tempo in cui in Francia è protagonista l’illuminismo, una dottrina con la quale si ha la definitiva affermazione del puro razionalismo. La Rivoluzione francese, durante il Terrore, ha abbattuto gli altari dedicati a Cristo, ha buttato i crocifissi nelle strade, e ha invece introdotto il culto della dea Ragione. In base al quale venivano proclamate la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza. In questo modo il patrimonio spirituale, e in particolare quello morale, del cristianesimo era strappato dal suo fondamento evangelico, al quale è necessario riportarlo perché ritrovi la sua piena vitalità».
Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1994, p. 56.
[12] Marco Vitruvio Pollione nacque a Formia verso l’anno 80 a.C. Nel 46 a.C. seguì Cesare nella guerra d’Africa. Lavorò poco come architetto (tempio di Quirino e basilica di Fano). Pensionato da Augusto, si diede agli studi e scrisse in uno stile un po’ oscuro il famoso De architectura, in dieci libri, l’unico trattato completo tramandatoci dall’antichità. Morì a circa 70 anni.
L’opera è un’estesa esposizione della sapienza architettonica del I secolo a.C., che si basa a sua volta su quella già elaborata e divulgata dagli architetti greci. Nel Medioevo erano note e usate diverse copie manoscritte. Nel 1414 Poggio Bracciolini attrasse l’attenzione su una copia, purtroppo priva di figure, che si trovava in un convento di S. Gallo. Il De architectura divenne subito fonte di studio. Considerato indispensabile dai primi architetti del Rinascimento, come Leon Battista Alberti e Francesco Di Giorgio Martini, esso venne utilizzato come guida dai trattatisti del periodo successivo.
[13] Marco Vitruvio Pollione, De architectura libri decem, libro primo, II, 5.
Nella traduzione curata da Luciano Migotto per le Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1990, il brano si trova alle pp. 23 e 25.
Mi sono permesso di sostituire al termine stile usato nella traduzione citata quello di ordine (dorico, ionico, corinzio). Nel testo latino originale Vitruvio non parlava di stile, né poteva farlo, dato che si tratta di un concetto elaborato nel Secolo dei Lumi e comunque non applicabile agli ordini classici.
[14] «Infatti, malgrado tutta la testimonianza della creazione e dell’economia salvifica ad essa inerente, lo spirito delle tenebre (cfr. Ef 6, 12; Lc 22, 53) è capace di mostrare Dio come nemico della propria creatura e, prima di tutto, come nemico dell’uomo, come fonte di pericolo e di minaccia per l’uomo. In questo modo viene innestato da Satana nella psicologia dell’uomo il germe dell’opposizione nei riguardi di colui che “sin dall’inizio” deve essere considerato come nemico dell’uomo - e non come Padre. L’uomo viene sfidato a diventare l’avversario di Dio!
[...] nell’epoca moderna [...] le ideologie atee tendono a sradicare la religione in base al presupposto che essa determini una radicale “alienazione” dell’uomo, come se l’uomo venisse espropriato della propria umanità, quando, accettando l’idea di Dio, attribuisce a lui ciò che appartiene all’uomo, ed esclusivamente all’uomo! Di qui un processo di pensiero e di prassi storico-sociologica, in cui il rifiuto di Dio è pervenuto alla dichiarazione della sua “morte”. Un’assurdità, questa, concettuale e verbale! Ma l’ideologia della “morte di Dio” minaccia piuttosto l’uomo, come indica il Vaticano II, quando, sottoponendo ad analisi la questione dell’ “autonomia delle cose temporali”, scrive: “La creatura... senza il Creatore svanisce... Anzi, l’oblio di Dio priva di luce la creatura stessa” (Cost. past. su la Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 39). L’ideologia della “morte di Dio” nei suoi effetti dimostra facilmente di essere, sul piano teoretico e pratico, l’ideologia della “morte dell’uomo”»
. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Dominum et vivificantem sullo Spirito Santo nella vita della Chiesa e del mondo, Roma 18 maggio 1986, n. 38.
[15] Cfr. Emil Kaufmann, Tre architetti rivoluzionari: Boullée, Ledoux, Lequeu, Franco Angeli editore, Milano 1977.
Étienne-Louis Boullée (Parigi 1728-1799) fu figura eminente dell’architettura parlante neoclassica, più per l’influenza della sua attività didattica che per i suoi progetti megalomani, caratterizzati da elementarità geometrica, che non vennero mai realizzati. Scrisse un trattato in cui sostenne un’architettura sentita oltre che ragionata, accentuando l’importanza del carattere, della grandiosità e dell’effetto magico.
Claude-Nicholas Ledoux (Dormans-sur-Marne 1736 - Parigi 1806) cominciò a operare come architetto alla moda di Luigi XVI, terminò come esponente, il più ardito e avanzato, dell’architettura parlante neoclassica. Benché eccentrico e litigioso, raggiunse immediatamente e mantenne il successo, né gli mancarono mai gli incarichi. Non riuscì a realizzare soltanto gli edifici più estremisti per la sua città ideale di Chaux: una sfera isolata, un cilindro orizzontale, ecc. La sua carriera terminò con la Rivoluzione (venne imprigionato). Passò gli ultimi anni approntando i suoi progetti per la pubblicazione.
Jean-Jacques Lequeu (Rouen 1757-1825) fu dotato di capacità fantastica che sfiorava il nevrotico. Operò prevalentemente come disegnatore di architettura fino alla Rivoluzione, poi come cartografo. La sua fama è affidata ai disegni di progetti, rimasti sulla carta, nei quali ruppe tutte le convenzioni della simmetria, della purezza stilistica, della proporzione e del gusto.
[16] Cfr. Luciano Patetta, L’architettura dell’Eclettismo (Fonti, teorie, modelli, 1750-1900), Gabriele Mazzotta editore, Milano 1975, p. 37.
[17] «Rileggendo le dichiarazioni di poetica degli architetti eclettici, si direbbe che essi abbiano avuto l’impressione di salpare con un cadavere nella stiva, la cattiva coscienza di chi sta per esaurire le ultime scorte di una provvista senza sapere dove attingere nuove forze»
. Paolo Portoghesi, La «maniera» eclettica, brano ripreso in Luciano Patetta, op. cit., p. 390.
[18] La massoneria è l’associazione dei cosiddetti liberi muratori, sorta nel Settecento su basi ideologiche di tipo esoterico e propagatasi con i sistemi delle sette segrete. La massoneria ha fatto suoi i principi dell’Illuminismo e ha combattuto con tutti i mezzi (dalla propaganda alle cospirazioni e alla persecuzione legale) la Chiesa cattolica, considerata nemica della ragione, del progresso e della libertà di coscienza.
[19] Detto per inciso, questo è uno dei temi prediletti dallo svizzero ticinese Mario Botta (nato a Mendrisio nel 1943), uno degli architetti contemporanei più in voga nonostante la sua insistenza ripetitiva e monotona sulle forme elementari geometriche. Massone anche lui? Chissà.
Dato che egli si dichiara non credente, non si capisce come la sua fama possa giustificare, da sola, il fatto che tanti ecclesiastici gli abbiano affidato la progettazione di edifici per il culto. Resta il fatto che il lucernaio, da cui piove la luce zenitale, è uno degli elementi più caratteristici della cattedrale di Evry e delle altre chiese cattoliche da lui realizzate.
Il dubbio che egli voglia introdurre furtivamente simboli massonici in un luogo cristiano è ancora più forte nella chiesa del Beato Odorico, a Pordenone, per la quale ha disegnato un tabernacolo a forma di triangolo posto in cima a una piramide: si tratta di un riferimento svogliato alla SS. Trinità o, subdolamente, di uno di quegli atti blasfemi cari ai massoni e necessari per acquistare il grado di Maestro? [ndA]
[20] Rino Cammilleri, I mostri della ragione, Edizioni Ares, Milano 1993, pp. 135-140.
[21] Che non era arte in senso classico, perché veniva messo al bando il concetto di bellezza. Le avanguardie innescarono il processo che avrebbe portato a considerare l’arte una forma di comunicazione e non una capacità di creare una bellezza artificiale, simile e diversa al tempo stesso rispetto alla bellezza naturale. Gli artisti contemporanei sono geni incomprensibili più che incompresi, in quanto volano ad altezze vertiginose persino per l’albatro di Baudelaire. Essi non accettano di svolgere un compito di servizio nei confronti della vita dell’uomo: la loro è arte per l’arte.
[22] Edoardo Persico (Napoli 1900 - Milano 1936), critico d’arte, redattore nel 1930 e condirettore nel 1933 della rivista di architettura Casabella, contribuì all’affermazione dell’architettura razionale in Italia.
[23] Leonardo Benevolo, Storia dell’architettura moderna, Editori Laterza, Bari 198110, p. 339.
[24] Giuseppe Ungaretti visse nel medesimo periodo di Mies van der Rohe, essendo nato ad Alessandria d’Egitto nel 1888 e morto a Milano nel 1970.
[25] Leonardo Benevolo, op. cit., p. 881.
[26] Con il termine gnosi sono designate, in modo particolare, le correnti filosofico-religiose che legano la salvezza a una particolare conoscenza di misteri, accessibile a pochi eletti. Questa tendenza ha provocato nel cristianesimo dei primi secoli varie eresie.
[27] Emanuele Samek Lodovici, Metamorfosi della gnosi, Edizioni Ares, Milano 1979, pp. 7-8.
[28] Emanuele Samek Lodovici, op. cit., pp. 8-10. L’opera è dedicata alle forme di gnosi che si sono ripresentate, sotto mentite spoglie, in epoca moderna: la filosofia di Hegel, il marxismo, il femminismo, la cristologia di Karl Rahner e quella di Hans Küng, il soggettivismo radicaleggiante, per elencarne alcune soltanto. Esse costituiscono la sfida più insidiosa e violenta dei nostri giorni alla fede cristiana.
[29] Tom Wolfe, op. cit., p. 17. Questa impostazione è un po’ sospetta, perché l’idea stessa di ricerca (e di scoperta da trasmettere in un manifesto) è offensiva per gli artisti autentici. Picasso diceva addirittura: Non cerco, trovo
. La creatività dell’artista è, per sua natura, in sintonia con la bellezza e con la verità. Per questo ogni ricerca in questo campo, tutto ciò che pomposamente è stato chiamato avanguardia, non sembra nient’altro che menzogna.
[30] Questa definizione del bello verrà spiegata approfonditamente nel par. 2.6.
[31] Marco Vitruvio Pollione, op. cit., libro primo, III, 2. Nella traduzione curata da Luciano Migotto, cit., il brano si trova a p. 29.
[32] Marco Vitruvio Pollione, op. cit., libro primo, II, 4. Cfr., nella traduzione del Migotto, cit., p. 23.
[33] Cfr. John B. Ward-Perkins, Architettura Romana, Electa, Milano 1989, p.85.
[34] Marco Vitruvio Pollione, op. cit., libro terzo, I, 1-9. Cfr., nella traduzione del Migotto, cit., pp. 125, 127 e 129.
[35] In questo caso si tratta di una rappresentazione simbolica legata alle cosmologie dell’antichità. Il cerchio significava il cielo, mentre il quadrato la terra. Anche l’ombelico aveva un suo significato simbolico. Pindaro, in una delle sue odi, sosteneva che nel tempio di Apollo a Delfi fosse conservata una pietra che segnava il centro del mondo. I sacerdoti di quel santuario pagano narravano il mito secondo cui Zeus, volendo stabilire quale fosse il centro del mondo, aveva un giorno lasciato andare due aquile dagli estremi confini della terra, una da oriente e l’altra da occidente. Gli uccelli s’erano incontrati a Delfi, nel luogo dove poi sarebbe sorto il santuario. Chi visita oggi il museo di Delfi può ammirare una copia di età romana della pietra nota col nome di omphalós, che vuol dire ombelico (del mondo). Si tratta di una pietra conica in marmo bianco. Per Mircea Eliade, lo studioso rumeno di storia delle religioni, l’omphalós di Delfi sarebbe un esempio specifico dell’axis mundi, cioè di un punto centrale nell’immaginario cosmologico, elemento di congiunzione tra cielo, terra e inferi. Cfr. Sergio Ribichini, L’ombelico del mondo, in Archeo, anno XIII, n. 9 (151), settembre 1997.
[36] Nel 1899 Ernst Ludwig, granduca di Hessen, aveva chiamato Joseph Maria Olbrich (Troppau 1869 - Düsseldorf 1908) e Peter Behrens (Amburgo 1868 - Berlino 1940) per costruire la Künstler-Kolonie su una collina presso la città di Darmstadt (la Matildenhöhe). Il complesso comprendeva un insieme di residenze e di ambienti d’esposizione per gli artisti (oltre ai due architetti c’erano il pittore H. Christiansen, il disegnatore P. Burck, lo scultore L. Habich, il decoratore P. Huber, il gioielliere R. Bosselt), protetti dal mecenatismo del sovrano. Olbrich progettò gli edifici, le sistemazioni a terra, l’arredamento, il giardinaggio, gli addobbi per le esposizioni, la pubblicità e persino le stoviglie e le divise dei camerieri del ristorante.
[37] Ancora una volta ci si rende conto di quanto sia ingenuo dare credito alla pretesa onestà intellettuale degli artisti delle avanguardie. Essi si mossero nell’ambito dello spiritualismo esoterico, in particolare in quello di tipo orfico.
[38] Il mito di Faust trae origine da un personaggio reale, Johannes Faust, detto anche magister Georg Sabellicus, nato forse a Heidelberg intorno al 1480 e vissuto fino al 1540, girovagando in diverse parti della Germania. Esso è citato da vari contemporanei, tra cui Lutero e Melantone, generalmente con frasi di disprezzo e di orrore. Le imprese di magia nera tentate dal dottor Faust fecero presto fiorire intorno a lui la leggenda.
[39] Wolfe dà una spiegazione insoddisfacente, nel suo libro, del perché Gropius fosse definito Principe d’Argento: «In senso stretto, non era un aristocratico, dato che il padre, pur benestante, non apparteneva alla nobiltà. Ma la gente non poteva far a meno di prenderlo per tale. Il pittore Paul Klee, che insegnò al Bauhaus, chiamò Gropius “il Principe d’Argento”. L’Argento gli si addiceva, appunto: l’oro sarebbe stato troppo sgargiante per un uomo così fine e preciso. Gropius sembrava un aristocratico che, grazie a una miracolosa sensibilità, avesse conservato ogni virtù della sua stirpe, sbarazzandosi d’ogni snobismo e d’ogni peso morto del passato».
Tom Wolfe, op. cit., p. 10. Si dà il caso però che Paul Klee fosse seguace di Steiner: l’argento, contrapposto all’oro, è un riferimento troppo esplicito a Lucifero, lo spirito lunare. Chi vedeva Klee in Gropius?
[40] Tom Wolfe, op. cit., pp. 101-102.
[41] Sulla intraducibilità dei concetti del pensiero immanentista (sia esso forte, sia debole) in quelli del pensiero realista si veda Alasdair Macintyre, Enciclopedia, Genealogia e Tradizione (Tre versioni rivali di ricerca morale), Massimo, Milano 1993. Le due visioni del mondo sono inconciliabili innanzitutto a causa degli errori in cui incappa il pregiudizio immanentista, che vuole porre a tutti i costi la ragione come fondamento della realtà. Per giustificare le numerose incongruenze che derivano da questa impostazione, i pensatori immanentisti sono costretti a negare, in mala fede, i primi principi della metafisica, in particolare il principio di non contraddizione. Secondo questo principio, che chiunque può cogliere servendosi del senso comune, è impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e nella medesima relazione. Che validità può avere una lettura della realtà che si trinceri dietro il rifiuto di principi tanto evidenti?
Tali presupposti rendono impossibile un dialogo fra l’analisi realista del mondo e le molteplici interpretazioni date dalle filosofie post-cartesiane.
[42] Con questo termine viene indicato il complesso dei caratteri propri di un periodo della storia dell’arte. Dato che la ricerca disciplinare sovrintende la precisa classificazione di ogni stile, è lecito aggiungere un attributo al sostantivo solo dopo che gli esperti ne abbiano fornito una definizione. Si può dire quindi stile bizantino o stile floreale, ma non stile inglese. Questo approccio metodico alle epoche artistiche risale al tempo dell’Enciclopédie di Diderot e D’Alembert.
«È nel Settecento, infatti, che la parola “stile” diventa l’antitesi di “maniera” anziché un suo sinonimo. Goethe, ad esempio, considera lo stile (quello greco) come un carattere oggettivo; lo stile diventa una specie di “valore assoluto, che trascende la personalità di un artista”. In questo senso viene codificato anche da Quatremère de Quincy nel Dictionnaire Méthodique. Lo stile viene inteso non più come un linguaggio collettivo (come era stato, ad esempio, il Gotico) bensì come un sistema oggettivo di forme, che include tutti i contenuti»
. Luciano Patetta, op. cit., p. 42.
[43] Hans Ibelings, Supermodernism. Architecture in the age of globalization, Nai Publishers, Rotterdam 1998.
[44] Il catarismo è un’eresia neo-manichea, gnosticheggiante, dei secoli XI-XIII. Non era «un’interpretazione eterodossa di questo o quel dogma cattolico. Era un sistema religioso completo, con una sua precisa concezione della vita presente e di quella futura [...]. Non c’è dunque da stupirsi che abbia cozzato frontalmente contro l’ordine sociale del Medioevo fondato sul cristianesimo. Di più: la sua concezione profondamente pessimistica della vita lo poneva contro qualunque ordine sociale»
. Cfr. Jean-Baptiste Guiraud, Elogio dell’Inquisizione, Leonardo, Milano 1994, p. 39.
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