Voti bassi


Campagna elettorale moscia, all’insegna della depressione per la prevista recessione e per il lutto non elaborato per la morte indicibile di partiti di massa e storie di sinistra. Allora i giornali titolano su notizie inesistenti, o meglio fanno diventare notizia banali verità, come i risultati fallimentari degli studenti delle superiori: media quattro insufficienze su circa sei materie “vere”. È il momento di ripubblicare le eleganti e oggi politicamente scorrette riflessioni di Daniello Bartoli (1608-1685). L’autore che in quanto gesuita di scuola superiore se ne intendeva (praticamente l’hanno inventata loro…), oggi non ha una gran fortuna, ma questo dice qualcosa sui tempi, non sul suo valore; ecco come ne parlava Leopardi: «Vi trovate una lingua nuova, locuzioni e parole e forme delle quali non avevate mai sospettato, benché le riconosciate ora per bellissime e italianissime; efficacia ed evidenza tale di espressioni che alle volte disgrada lo stesso Dante […] Il padre Daniello Bartoli è il Dante della prosa italiana. Il suo stile in ciò che spetta alla lingua, è tutto risalti e rilievi». Imperdibile il suo Missione al Gran Mogòr.
 

L’inutile sforzo di chi studia contro l’inclinazione del suo genio (di Daniello Bartoli)


Tratto da: L’uomo di lettere difeso ed emendato, a cura di Rosario F. Esposito, Edizioni Paoline, Bari 1962, Capo VI - Imprudenza , § 1.

Per mettersi felicemente in viaggio nelle scienze, nell’arti, in ogni professione di lettere, è sì necessario il consigliarsi col proprio genio, e dalla sua inclinazione prender l’indirizzo, come a chi si mette in mare osservare il vento che spira per accorciare secondo esso la vela e torcere il timone. La natura è come i pianeti, che dove camminan retrogradi fanno poco viaggio. Da lei non cava più chi più la spreme e sforza, ma chi più l’indovina e feconda; onde quella che liberamente operando in ogni, quantunque malagevole, impresa, non meno facilmente, che felicemente riesce (come le sirene del cielo girare le grandi loro sfere solo col canto), se violenza le si usi, non che non le cresce la virtù con la forza, ma piuttosto perde il potere ciò che prima poteva; e se prima movevole era, spenta in lei ogni forza, sta immobile e quasi morta.
 
Chi nelle fatiche dell’ingegno ha a contrastare non tanto con le difficoltà, che nell’acquisto delle scienze s’incontrano, quanto col proprio suo genio, e con quella che il maestro dell’arte chiamò invìta Minerva [1], a guisa di chi nuota contro acqua dove più precipita la corrente, assai fatica e poco s’avanza, fintanto che, vincendo il tedio e mancando col poco potere tutto il volere, si prova in fatti la verità di quel naturalissimo assioma, che durevole non è ciò ch’è violento.
 
Con questo si fa manifesto l’errore di chi si applica alle lettere, e fra essi o alle speculative o alle pratiche, o alle miste, dove l’inclinazione, dove il genio, dove la natura non lo porta; ché altro non è che volere, che i fiumi tolti dalla corrente, s’aggrappino a forza sul dosso de’ monti e vi sagliano alle cime.
 
I savii Ateniesi stimavano principio di non saper mai nulla, il non saper da principio applicarsi a quello, per cui la natura ci fece. Quindi è, che prima d’applicare i loro figli, curiosamente spiavano la loro inclinazione, di cui interpreti, per ordinario, veritieri, sono i desiderii, e ciò facevano proponendo loro gli strumenti di tutte l’arti: ut qua quisque delectabatur (disse Nazianzeno) et ad quam sponte currebat, eam doceretur [2].
 
Là credevano che il cielo li chiamasse dove l’inclinazione da sé li portava. E con ciò incontravano appunto il senso del misterioso Cebete, che al primo giro della sua tavola pose il Genio, che chiamando giusta la serie che ne tenea in carta gli uomini a questa vita: mandabat quid eis, ubi in vitam venerint, faciendum sit, et cui vitae se committere debeant, si salvi esse in vita velint, ostendebat [3].
 
Ha Dio (disse Platone, coprendo il midollo d’una bellissima verità sotto la corteccia di una favola) legate l’anime degli uomini coi metalli. Alle contadinesche il ferro, a quelle de’ principi l’oro, e a tutte le altre che fra questi termini si comprendono, proporzionatamente a’ loro stati i loro metalli ha infusi. Quindi le varie inclinazioni e i varii genii. Vuoisi dunque da ognuna prima al tocco di buon paragone conoscere qual tempra di metallo sia la sua, indi esiger da lei quello che ella può dare. Veggasi (dicono pure i Platonici) nello scender che fece il genio suo dalle stelle, mentre passò per le sfere minori, dal suggello di qual pianeta prese la impronta; se da un Saturno speculativo, se da un Giove signore, se da un Marte guerriero; indi o alla penna, o allo scettro, o alla spada sicuramente s’appigli.
 
E certo è deformissima cosa, a vedere talvolta nelle scuole certe teste più abili a romper testuggini, che a studiare. Teste che hanno una mente sì stupida e sì male adatta al mestier delle lettere, che sembrano al rovescio di Giove, portar Bacco al cervello e Pallade alla pancia. Il loro intelletto pingue e grosso come l’acqua del lago Asfaltide, in cui nulla va al fondo, ha un discorso più pigro della Pigrizia, animale segnalato dell’Indie, che quando è più veloce, in cento passi fa un mezzo passo, ed in cento giorni un miglio. Non si trova lima tanto dura di tempra, che intacchi il lor cervello, sì che almeno ne tolga la ruggine. Mettete loro attorno (come d’orse gl’informi orsacchini) tutte le lingue maestre del mondo, non ne scolpiranno mai una menoma fattezza d’uomo di lettere. Ammonio terrebbe anzi a fare il suo giumento filosofo, che un di costoro grammatico.
 
A che pro metter simil gente in una scuola come in una officina, se quantunque si battano e si scalpellino, tengono sempre più del sasso che del Mercurio? A che volere colle lettere rompere il capo ad uno ad uno, cui se Vulcano l’aprisse, vedreste uscirne in vece d’una Pallade un gufo? A che cercare un maestro che sia un’aquila, perché insegni volare a una testuggine; che sia un oracolo di sapienza, perché si pigli l’impresa di stampar le lettere in capo ad uno che voli, quanto sa col cervello, mai non formerà tante lettere, quanto le gru e le cicogne volando ne scrivono.
 
Non bisogna volere che le pumici sieno spugne, che i mastini diventino levrieri e che le roveri invece di ghiande producano mele, che per quanto facciate, l’innesto non vi può mai. Stolti i Sibariti insegnarono a ballare a’ cavalli e l’indole guerriera di quel generoso animale guastarono, applicandolo ad esercizio di femmina. Lo stesso errore è, volere che chi nacque per l’armi riesca nelle lettere, e sia un Archimede chi vuol essere un Marcello.
 
Ma se si può far contrasto, non si può vincer la natura. Presto o tardi, quand’ella si lascia alla sua libertà si porta colà, ond’altrì con violenza la ritolse. Può stare Achille sotto abito donnesco per qualche tempo nascosto: ille apud rupicem. et sylvicosum, et monstrorum eruditorem, scrupea schola eruditus, patiens iam ustriculas, sustinens stolam fundere, comam struere, cutem fingere, speculum consulere, collum demulcere, aurem quoque coralli effeminatus [4]; ma tutto questo tanto non può essere durevole in Achille, quanto al genio di Achille si confanno esercizi non da femmina, ma da guerriero. Dunque necessitas non della guerra di Troia, ma del suo genio svegliato alla vista d’una spada, reddidit sexum. De proeho sonuerat, nec arma longe. Ipsum, inquit, ferrum virum attrahit [5]. Così ne scrisse Tertulliano.
 
Ma eccovi in materia di lettere, quattro soli de’ mille che applicati diversamente da quello a che il peso della naturale inclinazione li portava, dopo essersi affaticati invano, si diedero per vinti.
 
Socrate, applicato alla scultura, avendo intagliate le tre Grazie, ma credo sì sgraziatamente, che l’inferno non le avrebbe accettate per Furie, accorgendosi che per lavorare i marmi egli era un sasso rotte le punte dei suoi scarpelli, ed aguzzate quelle del suo ingegno, si diede alla filosofia morale, dove il genio lo conduceva, e quegli che lavorando non avea saputo fare di sassi statue d’uomini, filosofando faceva per istupore, d’uomini statue.
 
Platone, datesi alla pittura, vedendo riuscire sé un pittor dipinto, e le sue pitture solo degne d’ombra, trasferitosi dal poco felice disegno de’ corpi, alla nobile pittura degli animi, lasciate le bugie de’ pennelli, si diede alla verità delle idee, di cui egli primo disegnò le fattezze, e portò in terra l’immagine.
 
Augusto, ambizioso d’innestare gli allori di poeta su quelli d’imperatore, e d’esser così un Apollo con la lira, com’era un Giove col fulmine, compose l’Aiace, tragedia, che per la burla che ne meritava, riuscì anzi una commedia, sì era ella mal composta. Ma egli pur volle che al dispetto dell’arte, tragedia fosse e gli riuscì dandole un esito lagrimevole con stracciarla. Il capricorno, che egli ebbe in ascendente, lo chiamava a comandare, non a poetare; non alla penna, ma allo. scettro; non alle scene private, ma al pubblico teatro del mondo [6].
 
All’incontro Ovidio applicato dal padre alle liti, litigò più con se stesso, che con altrui, perché il genio di poeta e il gentilissimo influsso de’ gemini lo richiamava dagli strepiti del foro alla quiete delle muse e dalla spada d’Astrea al plettro d’Apollo: onde finalmente cominciando da sé l’opera delle sue Metamorfosi, un giorno si trasformò d’avvocato in poeta.
 
Eccovi come il genio è una calamita fedele che può ben a forza rivolger altrove, che alla sua tramontana, ma non mai acquetarvisi, sì che senza violenza vi stia, finché anch’egli soavemente operi in noi quello, che del Fato disse il Poeta:
Ducunt volentem fata, nolentem trahunt [7].
Che s’egli avvenga, che l’interesse o dell’onore, o del guadagno non voglia che si tralasci quello che male si cominciò, eccovi nelle accademie delle lettere come nella Libia d’Africa i mostri. Un medico poeta, un filosofo storico, un giurista matematico, nei quali confondendosi quegl’innati semi, che si portaron nell’istinto dell’animo, con quelli che s’acquistarono studiando, mentre né quelli né questi affatto prevalgono, con esser l’uno e l’altro, non s’è né l’uno né l’altro.
 
Ha dunque di mestieri [8], perché felicemente riesca, l’applicarsi non solo alle lettere, ma a questa più, che a quell’altra professione di lettere, consigliarsi col proprio genio che suole, a chi ha buon orecchio, farsi intendere con la lingua de’ spessi desiderii, quando non ha ciò che vuole, e col gusto che prova quando l’ottiene. Anche alla sua volontà bisogna dire com’Eolo a Giunone:
Tuus, o regina, quid optes
Explorare labor; mihi iussa capessere fas est
[9].
Altrimenti pretendere di riuscire, al dispetto del genio suo, eccellente in qualche professione di lettere, è lo stesso che per aprirsi la strada ai campi Elisi, volere staccare dal ceppo suo quel ramo d’oro che se la natura noi dona,
Nos viribus ullis
Vincere, nec duro poteris convellere ferro
[10].
Ma spiegata ho io finora più la necessità di incontrare il suo genio, che la maniera di conoscerlo: perché, come io credo, ha voce sì conosciuta, che non ha bisogno d’interpreti che la dichiarino, ma di orecchi che l’odano. Quello par solo mi resti a dire che è per altrui conoscimento, e sono i contrassegni onde si congetturi ingegno; e serviranno perché nell’applicare chi da noi dipende, non erriamo; siccome altri, non conoscendo il suo genio, può errare, applicando contra la propria inclinazione se stesso.
 
Daniello Bartoli
 

Note


[1] «Nonostante l’opposizione di Minerva».
 
[2] «E gli veniva insegnato quello che effettivamente piaceva loro, e verso il quale spontaneamente correvano». Nelle nazioni più progredite la pedagogia segue esattamente questo metodo anche oggi.
 
[3] «Ordinava loro che cosa dovevano fare una volta venuti in questo mondo, e mostrava loro a qual genere di vita dovevano dedicarsi se ci tenevano ad essere salvi in essa».

[4] «Lui che è stato abituato presso un educatore rupestre e selvatico, abituato ad educare mostri, che dunque è stato allevato in una scuola rude, solo a malincuore sopporta i belletti, si adatta agli ornati della moda, cura la capigliatura e il maquillage, sosta dinanzi allo specchio, piega vezzosamente il collo, si adatta persino gli orecchini nel foro femminilmente praticato nei suoi orecchi».

[5] «L’esigenza... gli restituì il vero sesso. Si senti uno strepito di guerra; le armi non erano lontane. Il ferro di per sé — disse — attira l’uomo».

[6] Non scandalizziamoci se il Bartoli talvolta da eccessivo peso all’astrologia. Malattia dei suoi tempi era proprio l’esagerazione: in ogni cosa. Più sotto vedremo che dirà il fatto suo anche all’astrologia (Cfr pag. 225).

[7] «Il destino porta colui che ha buona volontà; ma tira il recalcitrante».
 
[8] È dunque necessario...
 
[9] «Spetta a te, o regina, decidere ciò che desideri; quanto a me, io posso solamente eseguire i tuoi ordini».
 
[10] «(Quell’albero) non riuscirai a prenderlo comunque ti sforzerai, e non riuscirai a svellerlo nemmeno a furia di colpi d’accetta » — Ognuno ricorda, in proposito, lo stesso concetto espresso con la consueta energia da Dante:
Ciò che natura non gli volle dare
Nol darìan mille Ateni e mille Rome.