«l’emancipazione femminile in atto sarebbe ancora una volta tributaria al maschile degli strumenti materiali e immateriali (tecnica, scienza, filosofia, dunque cultura in senso lato) tramite cui si sta realizzando». Indubbio. Che poi talune femministe fatichino a riconoscerlo, è un altro discorso. Ma non è che la Storia del pensiero inizi con le suffragette, e neppure con la Rambouillet. E qui emerge un nodo di fondo che in effetti è rimasto all’orizzonte del mio saggio: che valore possiamo dare al patriarcato? Per certo femminismo è tutto negativo. Secondo me questa tesi è eccessiva. Però mi sembra ragionevole riconoscere a) che il patriarcato abbia fallito rispetto agli obiettivi sommi che si era dato [lo vediamo dall’irrisolto problema della Pace]; b) che nel patriarcato le responsabilità maschili siano oggettivamente superiori [come però, parallelamente, alcuni meriti].
«È quell’anche che stona, perché non afferra fino in fondo il significato della diversità dei piani su cui si esercita l’aggregazione al maschile rispetto a quella al femminile […]. Il mito, ed è questo il punto, ci racconta di una tendenza aggregativa del maschile/paterno che si situa ad un livello diverso da quella femminile/materna, diciamo pure superiore, in grado di assorbire e valorizzare la seconda entro uno schema di giustizia tendenzialmente universalistica». Qui Ermini mi lascia perplesso. Per es. non concedo che l’aggregazione mulìebre sia riducibile al matriarcato primitivo. La Chiesa antenicena fu assai più aggregazione mulìebre che non si pensi, benché inclusiva del superamento dei legami di sangue. Il Movimento dei Focolari è aggregazione mulìebre potentissima, di nuovo in chiave di superamento dei legami di sangue. E nel Movimento dei Focolari, per concessione di Giovanni Paolo II, il Presidente non potrà mai essere un maschio. Quindi abbiamo un ribaltamento giuridico a sfavore dei maschi. Neppure è vero che la condizione storica della donna fosse isolabile alle mura domestiche. In ambiente ellenistico i patronati femminili ebbero peso sociale notevole.
«Nel patriarcato il genere maschile si è interamente assunto l’onere della violenza, della guerra, e in generale di ogni decisione, sociale e individuale, comportante conseguenze dolorose. Contemporaneamente il genere femminile ne è stato esentato, dandogli la possibilità di “coltivare” la propria estraneità al male e di autorappresentarsi come “innocente”». Questa è una bella osservazione. La Magli probabilmente ribatterebbe che si sia approfittato persino del mestruo per colpevolizzare le donne. I miti di Eva e Pandora – e il primo più del secondo – hanno lasciato cicatrici dolorose. Però, sul piano inconscio, che il mondo femminile abbia rimosso molte delle proprie responsabilità, recuperando ai propri occhi una certa immacolatezza discutibile, è tesi che meriterebbe approfondimento proporzionato. A pelle direi che c’è del vero. E qui il problema è evidentemente di acquisire realismo.
«Oggi che per comune ammissione il patriarcato è in crisi di egemonia culturale, se non anche sociologica, anche del femminile finalmente “liberato” sta emergendo più la prosa che non la poesia, e le donne si scoprono capaci di diventare anch’esse torturatrici o terroriste, di concepire la maternità come desiderio egoico fuori dalla comunione con marito e figli (anzi, proprio senza neanche l’intervento maschile), di rivendicare sotto la foglia di fico dell’autodeterminazione il potere di vita o di morte sull’altro, oppure di rompere loro la famiglia in percentuali doppie rispetto all’uomo». Ineccepibile. Credo che partire dalla statistica sia un buon metodo. Aggiungerei un dettaglio. Le donne si lamentano assai degli uomini – Muraro docet –, come se fosse irrilevante l’educazione materna sulla personalità dei figli maschi. Se le madri manipolassero un po’ meno i figli, le figlie sarebbero le prime a trarne vantaggio. Ma per non manipolare – atteggiamento di Erodiade! – occorre santità e sapienza. Infatti vi è un sapere mulìebre superiore (Kant diceva che la scienza della donna è l’uomo, ossia chi concretamente sia oggetto del suo affetto), che comunque avrà sfogo da qualche parte. Vi è un potere femminile, che comunque sarà esercitato. Maria Vergine non fece danni, ma le sue imitatrici purtroppo non sono così tante quanto sarebbe necessario.
«Non capisco, sinceramente, cosa vi sia di nuovo nel considerare la contraddizione, ed il caos come suo momento, costitutiva della vita stessa». Questo è un punto che non ho approfondito, perché supponevo un orizzonte di pensiero già esplicitato in altri miei saggi. Rimando in particolare a: «Contraddizione o non contraddizione? La rilevanza politica della filosofia», in Aquinas, 2002, n. 2. e «L’ineludibile infinito», in Rivista di Teologia dell’Evangelizzazione n. 7 (anno IV).
«I periodi di trapasso dall’una all’altra sono sempre stati periodi di instabilità, spesso di caos, ma l’obbiettivo è sempre stato quello di raggiungere un nuovo punto di equilibrio»: mi sembra evidente. Che poi nel mio saggio l’implicito fosse abbondante, lo concedo. Ma ritengo che si tratti di un fenomeno abbastanza generale.
«Ma questo non significa affatto che quelle decisioni fossero prese veramente in base a considerazioni razionali». Ni. Qui concordo solo a metà. Le guerre sono atti irrazionali? Per certi versi sicuramente sì: la Pacem in terris osserva per es. che dopo la guerra è inevitabile il negoziato. E allora, perché non anticiparlo prima della guerra? Giustissimo. Tuttavia se le guerre fossero atti del tutto irrazionali, non si farebbero. Camus osserva che ci sono delitti che si fanno per passione, e sono sporadici. Ma ci sono anche delitti che si fanno per ideologia, e questi assumono la diffusione del dovere, della norma. Hanno perciò una loro ratio, sulla base della quale ottengono consenso.
«Non solo il sonno, ma anche l’eccesso di ragione, genera mostri»: appunto. Accusare il terrorismo di irrazionalità è davvero convincente? Io ne dubito. Però è vero che vi sono anche forme di razionalità patologica. E il problema è di discernere, ciò che esigerebbe l’evidenziarsi di una razionalità archetipica, normale. Ma questa è un’analisi che formalmente non mi pare acquisita. Rimando al suddetto saggio «Contraddizione o non contraddizione? La rilevanza politica della filosofia»: chi avrà la pazienza di leggerlo si renderà conto dei vasti problemi aperti in essere. Secondo me anche il patriarcato è una forma di razionalità patologica, né sono per nulla convinto che lo jus introdotto da Chiara Lubich nel Movimento dei Focolari abbia superato il problema: non credo per principio a soluzioni unilaterali, che prescindano dalla fatica della comunione. Anche secondo me occorre invece una
«collaborazione non competitiva fra maschile e femminile».