“Il convegno internazionale di studi dedicato a “La Pira, Don Milani, Padre Balducci”, organizzato dal Circolo dei Liberi di Firenze e dalla Fondazione Magna Carta, svoltosi nella meravigliosa cornice di Palazzo Vecchio (Salone de’ Dugento), è l’affermazione nitida di un metodo che in Italia non ha eguali. Una comunità di lavoro e di affetti che si muove lungo coordinate culturali, etiche, pubbliche e religiose attraverso la dinamica della ricerca appassionata della verità. Una laicità positiva, questa, che riecheggia i tratti documentati da Benedetto XVI durante il suo viaggio americano. Una laicità che verifica i dati storici, li mette a confronto, ascolta attivamente e tira delle conclusioni senza temere la chiarezza e il nitore del giudizio intellettuale. In Italia non vi è niente di simile. In Europa si trova qualcosa di analogo soltanto nell’area anglosassone. Questo dato, emerso in modo quasi esuberante, vitalistico, dunque suggestivo e affascinante, produce una modalità di approccio alle grandi questioni del nostro tempo che spariglia le logore carte del politicamente corretto senza indulgere nel cipiglio critico e nella vena reattiva e polemica.Da l’Occidentale, che riporta molto materiale e bilanci sul convegno per il quale molti amici del Covile hanno lavorato, ho ripreso queste parole di Raffaele Iannuzzi perché danno il senso di quello che è stato: un avvenimento, qualcosa che è accaduto.
La curvatura storica di un convegno di questo livello ha assorbito non poco del lavoro complessivo, sia sul piano dello scavo storiografico che su quello dell’organizzazione dei materiali e dell’evento. Il risultato è la prima documentazione apertamente non ideologica di una triade politico-culturale che aveva fatto di La Pira, don Milani e padre Balducci, la roccaforte del pensiero cattolico progressista e della deriva post-conciliare, oggi riletta con un taglio laico e post-ideologico.”
“Siamo di fronte a un esempio evidente di revisionismo storico, neppure fondato su vere indagini scientifiche”. È il giudizio del presidente della Fondazione La Pira, Mario Primicerio, del convegno su “La Pira, don Milani, Padre Balducci: il laboratorio Firenze nelle scelte pubbliche dei cattolici dal fascismo a fine Novecento”, svoltosi a Firenze.
“La Pira, sempre aperto al dialogo, non è mai stato disposto a farsi strumentalizzare, né da destra né da sinistra”.
“fra la bestemmia borghese, ributtante cinismo, e quella proletaria, fenomeno religioso”.
“pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma annientò se stesso assumendo la natura di servo”(lettera di S. Paolo ai Filippesi), custodiscono come un tesoro geloso lo scrigno della sua eredità.
“l’hai visto? Isaia ha ragione. Si trasformano le lance in falci e le spade in aratri”.
“ogni morte dell’umanità mi diminuisce, perché io partecipo dell’umanità. Dunque non mandare a chiedere per chi suona la campana. Essa suona anche per te”.
“La Pira ha parlato del matrimonio, io parlerò del divorzio”.
“Gesù Cristo – disse La Pira – che era intelligente, non bisogna dimenticarlo, ha posto due fondamenti: la Chiesa e la famiglia. Per il resto ha detto: vedetevela voi”. Don Giussani annuiva soddisfatto:
“giusto, professore, giusto”.
“È restare fedele al maestro, al pensiero del maestro, ripeterlo servilmente nei secoli dei secoli? Ma forse la più fedele di tutte le fedeltà consisterebbe nel trasportare il pensiero del maestro, nel trasferirlo, nel tradurlo, nel trascriverlo in altro linguaggio, man mano che i tempi si succedono e che i linguaggi si perfezionano”.
“le migliaia di cristiani che si riconoscevano [nella rivista] si rifiutavano di essere degli stranieri nel mondo moderno. Invocavano la propria esperienza di un nuovo mondo di cui il movimento operaio e la rivoluzione comunista erano portatori. Ad essi sono stati opposti i principi immutabili del mondo cattolico, ponendoli così di fronte ad un scelta impossibile, che condusse gli uni ad un esilio senza ritorno, gli altri all’affermazione paradossale di una doppia fedeltà, alla Chiesa e alla classe operaia”.Se la “crisi del progressismo” ci conclude in Francia col 1955, le coordinate che emergono dalla semplice sintesi redazionale del libro restano caratterizzanti (e non solo la vicenda “progressita”). E sono:
“fine del cattolicesimo politico”(Del Noce)? La situazione fiorentina è peculiare. Se cerchiamo di leggere il quadro postbellico vediamo che vi si combinano a) una tradizione e, in età contemporanea, una società e una diocesi secolarizzata-secolarizzante (rilevanti le ricerche toscane di A.Nesti), cui si rivolgono le “risposte” del governo pastorale di Dalla Costa; b) una concentrazione (novecentesca) di élites intellettuali. Tutto questo avrà precise conseguenze nella costruzione dell’identità critica e del dissenso, o meglio nella micro-reticolarità di sociétés de pensée nelle loro diverse fasi.
“dar ragione della storia nella sua realtà”(che rinvia ad una formula di Eric Voegelin).
“sullo sfondo di un dramma di più vaste proporzioni, quello di un paese, il nostro, nel quale gli elementi di progresso tecnico-scientifico non riescono a tradursi in fatti di diffuso progresso sociale (…). I dati dell’inchiesta [condotta da Milani] stanno lì a dimostrare che l’ostacolo di fondo alla missione pastorale risiede nel preciso identificarsi del Cattolicesimo in una politica nella quale le classi popolari, i poveri, scorgono una forza nemica”. La captatio (da parte socialista) della eventuale mobilitazione cattolica, è condotto anche osservando che allo stesso Milani (quindi anche alla Chiesa per i poveri) compete
“una parte di responsabilità”. L’invito all’autoimputazione di responsabilità storico-sociali, che apparteneva da tempo alle culture del progressimo, avrà (circolarmente) effetti teologici e politici di dissoluzione.