“veste cotidiana, piena di fango et di loto”e si metteva i
“panni reali et curiali; et rivestito condecentemente [entrava] nelle antique corti degli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, [si pasceva] di quel cibo che [diceva] solum è mio, et che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, et domandarli della ragione delle loro actioni; et quelli per loro humanità mi rispondono; et non sento per 4 hore di tempo alcuna noia, sdimenticho ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottiscie la morte: tucto mi transferisco in loro”.Così anche noi, rientrando la sera in questo luogo speciale, smettiamo i vestiti del nostro vivere esteriore, veniamo ricevuti amorevolmente, parliamo senza vergognarci dei nostri difetti, domandiamo cosa hanno fatto gli altri e le ragioni delle loro azioni, e quelli per la loro umanità ci rispondono, e non sentiamo per quel tempo alcuna noia, dimentichiamo anche noi ogni affanno, non temiamo le nostre povertà, non ci sbigottisce la morte. Soprattutto, ci liberiamo degli obblighi e delle aspettative che ci impone quello che, con una sola parola, possiamo chiamare “il mondo”. Il luogo speciale di cui parlo, è la famiglia.
“ti ha girato il cuore”.
“la legge dell’assorbimento del pudore nell’amore”. È solo il per sempre, notava, che consente di disattivare le misure con cui giustamente difendiamo la nostra integrità fisica e spirituale. “Solo perché sono sicuro di te, posso mettere a nudo il mio corpo e soprattutto la mia anima”. Ed è su questo “per sempre” che i figli sanno di poter riposare. Non è un contratto a termine anche se straordinariamente vantaggioso, quello che vogliono i figli, non è uno sponsor munifico. No, i figli cercano una pietra su cui costruire, un consiglio o anche un rimprovero disinteressato, una piccola patria a cui appartenere per la vita. Cercano una poltrona comoda in cui sedere e chiacchierare con calma con i propri genitori, il lettone su cui tornare a fare due coccole.
“Una dimensione fondamentale dell’amore, posto che l’uomo viene da Dio che è Trinità, è la sponsalità. L’amore che lega e rende ‘consorti’, ossia unisce in un destino comune. Ci sono tanti legami di amore a livello sentimentale, intenzionale, ma l’amore sponsale ha qualcosa di ontologico: crea un legame che rimane per sempre e definisce in modo nuovo la persona: sposarsi non è come essere amici; così come generare un figlio non è come occuparsi di bambini bisognosi. Giovanni Paolo II si è intrattenuto a lungo sulla sponsalità originaria dell’uomo e della donna; giunge a dire, con vero ardimento, che l’immagine e somiglianza divina viene proprio dall’essere uomo e donna nella sponsalità” [2].È l’onda lunga di quella “traccia trinitaria” nell’uomo su cui i Padri della Chiesa tanto hanno riflettuto.
“paesi di più antica tradizione divorzista”(segno dei tempi: una volta si diceva “paesi di più antica tradizione cristiana”…) il movimento dei sons of divorced stia richiedendo a gran voce un matrimonio con vincoli di durezza accanto al comune matrimonio divorziabile con estrema facilità e non è un caso che questo matrimonio più saldo abbia come nome covenant marriage, matrimonio di alleanza. Perché la relazione matrimoniale è un’alleanza, è l’alleanza che si fa su questa terra. Dice ancora Ugo Borghello:
“la sponsalità si dà nella famiglia, nella fede, nell’Alleanza”. Ricordo una conferenza nell’aula magna del convento di San Domenico a Bologna, una trentina d’anni fa, conferenza per me memorabile, relatore il prof. Grygiel. A noi studenti universitari italiani che avevamo fatto il liceo senza troppo profitto il professore polacco spiegò l’origine del termine ‘simbolo’ che proviene dalla parola greca symballein, che significa “incontrarsi”, ma più ancora “combaciare”. Spiegò che, nell’antica Grecia, quando un uomo doveva allontanarsi per qualche tempo significativo e doveva lasciare un grande amico, per non dimenticarlo, prendeva un anello di ceramica, lo spezzava in due e ne consegnava la metà all’amico: quell’anello spezzato, capace di combaciare al nuovo incontro era appunto il simbolo della loro amicizia. Mentre il professore parlava, noi, gli studenti italiani, immaginavamo vividamente i riti che accompagnavano quel distacco temporaneo: gli amici al chiarore dell’alba, mentre la nave è già pronta, la rottura dell’anello, gli sguardi commossi, l’anello riposto in un borsellino sicuro.
“Si abbracciavano, si stringevano gli uni agli altri, desiderando null’altro che di formare un solo essere. E così morivano di fame e d’inazione, perché ciascuna parte non voleva far nulla senza l’altra”, spiega Aristofane. È il desiderio di trovare qualcuno con cui ‘combaciare’, desiderio — si badi bene — non sentimentale, ma ontologico. Il racconto narrato da Platone per bocca di Aristofane, è un mito eziologico, che spiega la causa da cui proviene il comportamento umano, non è la ricerca della metà di cui si occupano i rotocalchi rosa; è la ricerca del vincolo radicale, centrale, assoluto che ci fa dipendere dagli altri, per cui diventiamo dio per gli altri o facciamo degli altri un dio, legandoci agli uomini con la più grande delle schiavitù.