“il carattere coerente dell’universo, in cui l’intero è maggiore della somma delle parti. I sistemi fisici, chimici, biologici ed ecologici non possono in alcun modo essere intesi come puri e semplici insiemi di frammenti [...] La vita può essere immaginata solo mediante una sequenza di schemi che determinano entità coerenti su scale sempre più evolute [...] Questo processo creativo degli insiemi complessi si ripete dal livello degli atomi a quello dell’organismo alle scale maggiori, fino ad arrivare alle società di persone e alle loro creazioni.”
“virus”, sostiene Salingaros, capace di modificare in profondità la comunità fino a distruggerla proprio in quanto ne interrompe i nessi relazionali, così il diffondersi delle tecniche di fecondazione artificiale modificheranno l’antropologia umana perché modificheranno nell’umanità la percezione di sé, non più frutto di una sia pur fugace relazione con l’altro, fondamento costitutivo dell’individuo e della comunità, ma come decisione individuale, in definitiva onnipotente, che si interfaccia solo con l’asetticità di una clinica medica. Non solo, come l’architettura decostruttivista finisce per proporre
“edifici deterministici, che lasciano ben poco al caso”(pag. 68, a proposito di Libeskind) contraddicendo l’assunto di partenza di un’assoluta e democratica libertà formale, anche il sistema complesso “procreazione artificiale” finirà, ineluttabilmente, per eliminare l’elemento “caso” dalla vita umana, essendo evidente e quasi “naturale” la sua deriva eugenista. Le generazioni precedenti determineranno la forma della vita di quelle future, togliendo loro la libertà di essere come il caso dispone.
“I principi della logica strutturale si basano sull’animale umano, secondo un processo d’adattamento che è essenziale per sopravvivere su questa terra. La violazione di queste regole [negli edifici decostruttivisti. Ndr] provoca un senso di ansietà nelle nostre menti e uno stato di stress nei nostri corpi.”
adattamentoe, certamente, anche di lenta contaminazione fra culture. Non vale la constatazione concretissima che il meticciato universale da loro propugnato, in quanto processo repentino e quindi di impossibile amalgama e sedimentazione (ossia di formazione del tessuto connettivo) è proprio ciò che genera lo scontro e la diffidenza. Non vale perché hanno in mente un individuo che non esiste, l’individuo astratto (come gli edifici decostruttivisti), che non si individua nella relazione con gli altri e con l’ambiente. Il risultato pratico non è affatto un uomo libero da gabbie ideologiche, ma un uomo sradicato da sé, facilmente omologabile ai modelli di consumo imposti dall’elite cosmopolita che detiene il potere finanziario, politico e culturale. Anche in questo caso partendo dalla libertà dell’individuo declinata astrattamente, si approda al suo opposto: l’uomo clone che pensa, mangia, consuma, agisce, in modo omologato e del tutto conforme alle esigenze del mercato unico. E quando i popoli, magari in modo inconscio, avvertono disagio e pericolo (come nel recente caso dell’Irlanda che ha respinto gli accordi di Lisbona), si va avanti lo stesso imputando il fatto a difetti e carenze di comunicazione.
“la struttura vivente definisce il centro dell’universo. [...] il ruolo dell’architettura vivente, tradizionale e vernacolare di ogni paese e di ogni cultura, giuoca questo ruolo nell’ambiente costruito. E’ qualcosa di sacro. Non si deve mai proclamare che è fuori moda e che si può distruggerla per dopo costruire edifici più moderni. La modernità non deve essere una pestilenza che annienta tutto ciò che tocca.”
“totalità psichica”. Ogni sistema vivente, dal singolo uomo alla comunità da lui costruita nel tempo e nello spazio, esige un suo centro per vivere in equilibrio, un centro in cui si integrino conscio e inconscio, corpo e spirito, ragione e istinto. Allo stesso identico modo delle strutture urbane e dei singoli edifici, le comunità umane e i singoli soggetti sono in equilibrio quando il proprio centro viene individuato ed elaborato, operazione culturale che implica l’integrazione della propria storia e del proprio passato e che deve tener conto di tutte le sfaccettature di cui siamo fatti e delle connessioni fra di essi. La cesura col passato, che equivale a negare il tessuto connettivo del vivente, operata dalla modernità in nome di un futuro migliore libero dai vecchi vincoli, non è affatto, allora, un’operazione progressiva e democratica, ma al contrario profondamente regressiva. Annulla lo sforzo d’individuazione di millenni di storia, col rischio di ricacciare l’umanità verso una
“ricollettivizzazione della coscienza”, come sostiene Erich Neumann (Storia delle origini della coscienza, Astrolabio) e come è ampiamente dimostrato dai fenomeni di omologazione di massa sopra richiamati. Eterogenesi dei fini!