“dal punto di vista della possibile redenzione”. Dove il
“possibile”richiama, invoca il divino, trinitario “Porsi”, es-posto crucialmente nel Figlio.
“[...] Luzi stesso preferisce – o non può diversamente? – la ‘riduzione’ del paradiso dantesco. Non a caso egli titola l’ultima sessione del suo Viaggio «Ispezione celeste». Tale titolo pare escludere una intimità stabilita col mondo celeste. È ciò indizio di ritrosia, di una sorta di pudore? Di una innata timidezza? O di un senso di impotenza? Di impossibilità a varcare una soglia definitiva e determinante? [...] Comunque stiano le cose pare che colui che compie l’ispezione , si muova con un senso di estraneità a ciò che sta esplorando [...] Il tutto lascia credere che Luzi si accontenti – o deve accontentarsi – di appena un’ispezione in terra-paradiso [...] Qual è la ragione ultima di tale ‘scacco’? o almeno di tale impasse? [...] Ciò [...] significa [...] che le categorie cristiane non sono più avvertite da Luzi come adeguate per esprimere la propria ultima esperienza. Egli approda infatti all’esperienza del nulla, avvertito come il fondo oceano di tutto e di tutti. Questo è il suo paradiso, che cela comunque, anche se luminosa, un’insidia [...]”.Questo nulla risulterebbe, a detta di Mazzanti, sostanzialmente vicino, non certo al misticismo cristiano, ma alla sensibilità e alla visione del neo-platonismo, dell’alchimia e della saggezza religiosa indiana e buddista. Nulla di questi rilievi si ritrova invece nei saggi, pur accuratissimi, di Mario Luzi cantore della luce: qui l’opera luziana è, forse a-criticamente, descritta come
“pellegrinaggio di ritorno all’essere, verso il riacquisto per l’uomo della sua esiliata umanità e al divino delle sue forme immanenti”(Marchi).
“discorso naturale”che assume via via il volto di
“fisica perfetta”, di
“matematica celeste”, in cui colludono
“fisicità e trascendenza, esperienza estetica ed esperienza mistica”e che infine culmina in una
“metafisica disincarnata dell’assoluto”(Marchi).
“vita ed essere come movimento e mutamento”(Frattini), la consistenza personale dell’umano pare subire una sorta di derubricazione nel fenomeno “vita” e il modo sembra offendere (ricordiamo la moratoria sul termine, invocata da Illich anni fa?).
«Vita fedele alla vita
tutto questo che le è cresciuto in seno
dove va, mi chiedo,
discende o sale a sbalzi verso il suo principio
[...]
sebbene non importi, sebbene sia la nostra vita e basta»
(Su Fondamenti Invisibili)
«Mondo, non sono circoscritto in me,
hai voluto che fossimo ciascuno
un progetto di vita
nel progetto universale.
So bene che dobbiamo mutuamente
tu ed io crescere insieme
era scritto nella pietra
del suo estremo miglio
e ben dentro di sé.
Amen.»
(Sotto Specie Umana)
«Sogno quelloOppure:
non lo era
[...]
piuttosto un lenticolare andirivieni
di larve e di parvenze,
di morti, vivi, possibili
esistenze future e trapassate
in danze e contraddanze
[...]
un’improvvisa trasparenza
del creato a se stesso
e alla sua storia
che tramutava ed era.»
(Sotto Specie Umana)
«S’accorge il tempoO anche:
della sua furtività, tradisce
un soprassalto l’uomo.
Tempo, l’uomo,
che s’allarma
dentro il tempo fermo
insediato nella sua durata,
immobile nel suo trascorrimento»
(Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini)
«Mare. Mare sempre presenteSe allora, come dice Frattini:
[...]
e lui esservi dentro
e lui esserne parte
a fondo
sempre più a fondo
[...]
e subito salire
ancora
al celestiale incontro
all’etere,
al fuoco
a un invisibile
ricongiungimento
[...]
Mare, mare eterno.»
(Frasi e Incisi di un Canto Salutare).
“moto, mutamento, tempo, durata: motivi di fondo che continuano a fruttificare nel pensiero poetante di Luzi, immedesimando nella fisica dell’immaginario la metafisica del mistero”, qual è questa immedesimazione, laddove – lo ammette Marchi commentando il primo Luzi – la circolarità naturalistica incatena ed è ammessa per salvarci solo una “fuga verticale”?
«ciò che unicamente ci rassicura è la vita in sé, lo spandersi continuo della vita sul pianeta dell’universo», diventa difficile poter uscire dall’equivoco di una metafisica che si vuole imperfetta, contrapposta ad una naturalistica perfezione.
“in filigrana ci rivela come al tempo del qui risponda il tempo dell’Oltre [...] una sapienza che non esclude la fede nella sua dimensione non propriamente teologica ma naturale e familiare [...] religiosità, cristiana seppur non confessionale”.
«Dissipa tu se lo vuoiper quanto tutto di Luzi sembri opporsi ad ogni montalismo?
questa debole vita che si lagna,
come la spugna il frego
effimero di una lavagna.
M’attendo di ritornare nel tuo circolo,
s’adempia lo sbandato mio passare.
La mia venuta era testimonianza
di un ordine che in viaggio mi scordai,
giurano fede queste mie parole
a un evento impossibile, e lo ignorano.
Ma sempre che traudii
la tua dolce risacca su le prode
sbigottimento mi prese
quale d’uno scemato di memoria
quando si risovviene del suo paese.
Presa la mia lezione
più che dalla tua gloria
aperta, dall’ansare
che quasi non dà suono
di qualche tuo meriggio desolato,
a te mi rendo in umiltà. Non sono
che favilla d’un tirso. Bene lo so: bruciare,
questo, non altro, è il mio significato»,
“banalizza e omologa bene e bonaccia; depersonalizza uomo e Dio, nel mare indistinto dell’essere”e la contemplazione visiva elimina ogni relazione reale.
“una religiosità, cristiana seppur non confessionale”e non può che confermare l’intenzionale (mai piena) convergenza dell’uno verso l’altro poeta, congiunta alla realizzata, sottile divergenza negli esiti? In quel lirismo cosmico facilmente traducibile in monismo mistico, in cui riaffiorano le mai negate suggestioni teilhardiane e neoplatoniche (precoci e confermate - reiterate fin nelle ultime opere)?
«Perché, luce, ti ritraioppure si accompagna ad una sorta di dubbio metodico sulla consistenza dell’umano di fronte allo splendore cosmico:
da me nelle cose guardate
e più addentro ancora
nelle altre non vedute?
Chiusa la storia, cancellata la persona,
perso o vinto l’agone?
Oppure
è l’altro che matura
e splende, l’amore pieno,
il pieno annientamento
in cosa? In che unica sostanza,
in che totale in essenza-
impossibile saperlo,
non c’è testimone, non c’è canto?
[...] »
(Per il battesimo dei nostri frammenti)
«La purità dell’essere - ne aveva… e vi si confronti la dantesca “teologia della luce” di Paradiso XIV, connessa inscindibilmente con la “risurrezione della carne”…
e non ne aveva
lui barlumi
di prereminiscenza
[...]
o no, forse era
desiderio, imago.
A un tratto s’incendiò
in fondo ai suoi pensieri
quel mare di materia
luce aria, gli entrò nel labirinto
e in ogni cavità
del cranio quella musica,
quello splendore -
era però o pareva
aleatorio l’uomo
precaria la sua storia
in quella temperia.
Oh non sia come piaga
né come cancrena
l’umano in questa numinosa sfera,
non sia stata l’Incarnazione spreco
pregò dal suo rigore
già di salma alle porte di che regno,
accolto, Porfirio, nell'amalgama?
Bruciato nell’unità? Spero.»
(Sotto specie umana)
«quel gesto fanciullo [… che …] resta a mezz’aria» (Poesie del Sabato).Sembra una preghiera vana, è invece una preghiera che offre in preghiera la sua stessa (presunta) vanità. Giunge da un lungo rapportarsi improvvisamente infranto, in cui l’infrazione – attraverso un processo (o un itinerario iniziatico?) in cui prima il delitto (subìto) si fa castigo dell’Altro, e poi castigo di sé nel Sé (“non sono più tuo figlio”) – è segno di una ferita dell’essere che è essa stessa invocazione.
“i posti della relazione non si scambiano”).
“viveva Cristo come unico senso e orizzonte, origine e meta, alfa ed omega. Senza verità relative e tempo amministrato”. Noi non siamo più dentro la follia loro e dobbiamo farci carico della nostra stoltezza, che non vuol riconoscere quell’Alfa – Omega.
“rifare Dio in noi”dell’ultimo Betocchi, la cui “sostenibilità” o “ continuabilità” può stare più nella traccia di una relazione ritrovata (morta-risorta), che nell’esplicita ammissibilità delle formulazioni; e molto a tal proposito vi sarebbe da dire sull’omissione di soccorso, culturalmente e teologalmente parlando, di quella cristianità progressista che lesse allora - e legge tuttora - questa singolare vicenda più come replica degli assunti ultimi di Bonhoeffer, che come ironico-tragica ma comunque reale incorporazione a Cristo stesso.
“il mistero dell’incarnazione (che implica identità e diversità di “sguardo” anche tra Padre e Figlio) si propone in termini singolarmente affiatati a una poetica. Il riconosciuto magistero dell’umile Betocchi, magari dell’arduo, dubitante e oltranzisticamente spoliato Carlo Betocchi poeta da vecchio, faticosamente in cerca dell’ « anima di tutti: / uomini e sassi, ed animali e piante»(A mani giunte IV, in Breviario della necessità),
«Perché Padre, talora mi domando,È il Luzi dell’esplicitazione cristologica a denunciare l’insufficienza del Luzi della mistica cosmologica?
l’incarnazione è tra gli uomini,
perché non in altra specie
tra quelle delle tue creature visibili
e che pure ti testimoniano: gli uccelli
i pesci, le gazzelle, i daini [...]
Ma questa perduta specie volevi riconciliarti,
mi hai affiliato all’uomo, perché, figlio dell’uomo,
trafitto dagli uomini, sanguinassi
e questo fosse il prezzo del perdono e del
ricominciamento»
“tra fisicità e trascendenza, esperienza estetica ed esperienza mistica”già individuate dalla critica e disseminate nei testi di Luzi.
«Non è il ‘mondo’ a comprendere sé, a farsi trasparente a se stesso nel conoscere del singolo – ma è piuttosto il singolo che compare di fronte al mondo, lo contempla, lo comprende e lo giudica». (4)Pertanto la
“rilevazione dei segni [...] così partecipe e assorta”non può così semplicemente essere ricompresa come
“prossemica risurrezionale”, rimanendo asintoticamente legata ad un
“discorso naturale”, che conferma solo
“l’unica verità essenziale di una vita che nasce e rinasce a se stessa, perennemente”(Marchi).
“In Cristo, vincitore del peccato e della morte, l’universo risorge e si rinnova e l’uomo ritorna alle sorgenti della vita”) e neppure l’intima presenza creatrice e santificatrice di Dio nel creato, proclamata da filosofi e teologi dell’Ortodossia (quali Soloviev, Florenskji, Bulgakov) … piuttosto la greve Natura delle cose di Lucrezio.
“prima dell’incarnazione”, invece che
“in un clima di resurrezione”.
“coessenziale dell’uomo”; in questa condizione non sembra possibile distinguere la persona dalla cosa, confessare che
“essere è appartenerGli”(Kafka).
«per poter guadagnare il piano del reale, l’uomo ha dovuto svincolarsi dall’immediato esserci-dentro, e prendere le distanze, nel distacco e nella lontananza dell’intenzionalità spirituale. Ma proprio con ciò egli si è avvicinato all’oggetto in una maniera tale, che nessun immediato esserci-dentro rende possibile».Così l’incontro può darsi
«soltanto a condizione di uno stare di fronte: a partire dalla lontananza – dentro la vicinanza»e dunque, nota Vinci, la realtà – in quanto dato offerto, donato - deve essere lasciata libera di essere ciò che è e l’uomo deve coglierla in un modo che è da definire non solo e non tanto
«disinteressato», ma
«che abbandona se stesso»; ancora con le parole dello stesso Guardini:
«allontanandomi da me stesso [...] io sono rientrato in me stesso da un’altra parte, diventando più pienamente me stesso».
«schiodami dalla mia identità», ancora si legge in Dottrina dell’estremo principiante – cui peraltro soccorre preterintenzionalmente un frammento di Raboni
«non c’è chiodo / che scacci / questo chiodo»), ma deve ineludibilmente concluderlo il lettore, se vuole cogliere quei salti e quelle cesure che necessitano alla salvezza di quella stessa poesia.
«Non ero io nel niente,dove spicca la citazione del verso dantesco, nella lezione non più accolta nelle edizioni critiche.
però. Ero
più ancora nell’essente.
Mi pensai
salma spolpata
da piranha celesti,
osso pulito
dall’aridità dei venti -
di rimorso
di purificazione -
sotto quella luminaria,
quando,
quando, Dante,
la rivestita carne alleluiando?»
(Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini),
“La preghiera comincia dove finisce la poesia, quando la parola non serve più e occorre un linguaggio altro”(La porta del cielo).
“Eppure qualcosa c’è che sembra risparmiato dal dubbio. Questo accade quando ‘il silenzio della parola’ rientra ‘nella chiara e terribile semplicità del suo esserci’. Bisogna che i detriti delle epoche storiche siano attraversati dalla parola che resiste allo svuotamento e alla devastazione [...] Che sia questa la risposta della poesia alla cosiddetta domanda fondamentale della metafisica, che chiede perché c’è qualcosa e non piuttosto il nulla? C’è perché c’è. Anzi, si dovrebbe dire che il fatto di esserci è di per sé miracoloso”,ma questo “già” filosofico, che la parola poetica fa proprio, contiene – come prima evidenziato in Guardini – un impulso anagogico:
“Dono di una divinità generosa o di un demone beffardo ? [...] Più che la risposta a questa domanda, importa che il domandare tenga ancorato il suo oggetto, cioè l’esserci, all’irriducibile ambiguità dell’essere: ciò che lo fa apparire di volta in volta come prodigio o mistero, ‘portento’ o ‘enigma’. Che qualcosa sia, anzi, che sia tutto ciò che è, comporta una vera e propria estasi del pensiero, un suo schiudersi al suo stesso altro, la realtà, non deducibile, non spiegabile. «C’è questo, c’è prodigiosamente». «C’è tutto, tutto, / tutto incredibilmente». Non che la poesia abbia una sua via privilegiata all’essere. La parola poetica giace in una profondità dove regna il silenzio. Del quale deve perforare la dura compattezza, l’impenetrabilità. Per trovare, finalmente, il suo significato non più revocabile. Ma in questo suo movimento, prima di rientrare in se stessa la parola è sempre ‘al di qua’ o ‘al di là’ di sé [...] ”,perciò il salto qualitativo - dall’essere in quanto principio cosmico-naturalistico all’Essere quale principio metafisico personale, ad un tempo assoluto e intimo alle cose, in cui le cose stesse sussistono ed in cui è presente per essentiam, per potentiam e per praesentiam – non può che vivere di cesure:
“l’essere di cui qui si parla non è l’essere aristotelico, l’essere già da sempre salvo e che perciò non ha bisogno di salvezza. Invece è l’essere introdotto nell’orizzonte del pensiero dall’apocalittica ebraico-cristiana. È l’essere esposto al suo possibile annientamento. L’essere che perciò ha bisogno di salvezza. Misteriosa salvezza. Incredibile salvezza – precisamente ciò che la poesia di Luzi si assume il compito di dire, forse al limite della disperazione o forse già nella luce («Vola alta, parola, cresci in profondità, / tocca nadir e zenith della tua significazione »)”e invocare l’incorporazione in quella cruciale esposizione del Figlio, che salva l’essere da ogni annientamento.
“volta al trascendente”e
“un ritorno alle origini della poesia lirica”, che era
“originariamente volta al sacro”e la cui
“forma iniziale era la preghiera”, occorre tuttavia far presente che la ricapitolazione- conclusione non è nel proprio della poesia ma può aver luogo solo nel conflitto che il proprio della preghiera ingenera nella poesia stessa.
“bilanciamento”e/o
“integrazione”di esso (Marchi), ma come invito quanto meno al suo superamento/inveramento, che ora ne denuncia la radicale insufficienza, l’inedia estrema:
«In SéQuale In-seità si può invocare?
e in ogni dove maturò l’evento,
in cielo, in terra,
nell’imo più profondo
della sua profondità,
storia ed essenza
fabbricò la sua sostanza,
causò ipse se stesso
e il suo accadere
irreparabilmente
il non dicibile
mai detto avvenimento -
niente nel mondo ne rimase esente.
Oh noi tutti chiamati
all’essere in un lampo
per ogni tempo
prima che il tempo fosse
e gettati nei suoi evi;
a pascolarlo, bradi
e sparpagliati lungo i suoi dirupi
finche s’era ciascuno
alla sua ora
levato in piedi
per la prova
di vigore e conoscenza
che di era in era indura,
aveva fabbricato una particola
di sé la storia umana
che ancora ci tortura…
come? per la liberazione sia nel nulla
sia nel pieno compimento…
oh precor. »
(Sotto specie umana).
«ed eccolo, nella più interna lenticolaSpiace allora che nell’esegesi di Frattini restino giustapposte mistica naturale e cristologia.
di quel pensiero si fissa
ivi, si annida
lui profugo incessante della morte
solo senza profeti né apostoli,
solo nella sua immagine,
rientrata la parola, rientrato
il silenzio della parola
nella chiara e terribile
semplicità del suo esserci.
E mi guarda
palpitando nella sua indicibile
somiglianza.»
(Per il battesimo dei nostri frammenti).
“alla dimensione ‘celeste’, nella sfera misteriosa dell’Oltre, pertiene [questo] passo [...] dove Cristo appare, tragica e misteriosa presenza, «nel suo perenne esilio dalla morte» grazie alla risurrezione, che rimanda all’indicibile somiglianza al Padre”ed altrettanto lo è il commento di Renard (in Mario Luzi - Frammenti e totalità):
“Poema innanzitutto sognato, che si conclude in una visione mistica. Tutti gli elementi della disperazione storica sono presenti, eppure lui è al di là della parola, al di là del suo silenzio. Egli è ed è visibile”,più letterale e meno anagogico è il concludere che
“In quello sguardo, in quel palpito che vibra d’arcano come un sogno, è forse il segreto della poesia di Luzi: riconoscere e illuminare le meraviglie della vita, nella caleidoscopica rete che ci lega al Tutto [sic!], in quella «religio» del sacro e dell’Oltre, dove si radica il senso più alto di ogni civiltà” (Frattini).Così si compie il passaggio dai fondamenti invisibili alla visibilità del fondamento cristologico, alla definitiva via di salvezza:
« Sangue – sua profusionee qui è davvero appropriato Verdino:
in ogni dove
del mondo
capillarmente
in tutto l’universo,
sua stormente
ramificazione
[...]
suo spreco,
sua dissipazione antica
nelle stragi palesi e clandestine,
nelle croci – Una alzata a espiarne
lo sperpero, lo scempio
[...]
Dove corre il sangue, dove annega?
Come l’acqua, come i fiumi
ritorna alla sorgente
il sangue, scende e sale
dalla morte alla resurrezione
O sanguis meus»
(Sotto specie umana)
“solo una fede cristica e sacrificale può legittimare la resurrezione, come esplicita la recente drammatica litania del sangue [...] che nel suo terribile diramarsi [...] trova tuttavia sintesi nel sangue sacrificale di Cristo”.L’effetto dell’innalzamento anagogico, con la raggiunta ri-identificazione nell’esperienza di Dante e di Betocchi, sortisce l’effetto di una riguadagnata centralità della persona, conseguenza del raro ma fecondo esplicito rilievo cristologico: parafrasando Piero Coda, l’Evento della morte di croce del Figlio di Dio fatto carne e della sua risurrezione, sin dagli inizi e in permanenza è sfida radicale, lotta corpo a corpo tra il proprium della rivelazione cristiana e il pensiero poetico luziano.
“Non credo che la poesia sia, in se stessa, una forma di conoscenza ‘altra’ o più autorevole. La poesia, anzi, le buone poesie sono come quei tronchi cavi o quegli archi naturali di pietra che fanno suonare il vento, o le voci in modo insolito. E il vento e le voci sono la vita, le idee, le pene e le speranze di ognuno e di tutti. “Un grido unanime” diceva il vecchio grande Ungaretti, indicando come lui sapeva bene non una unanimità ideologica o stilistica, ma di “tensione”, di “grido”, appunto.
Sulla natura della poesia non si fanno grandi scoperte o acquisizioni. La poesia è una esperienza a cui si partecipa, ci si chiami Omero o Pinco Pallino che in una delle smisurate librerie di New York prende in mano un libro di poesie di E. Dickinson o di T. S. Eliot.
Il lettore completa l’opera, diceva Péguy richiamandone la grande responsabilità. Come dire che anche una poesia la si fa sempre in due: chi l’ha scritta, magari cinquemila anni fa, e chi la sta leggendo. Anche per questa speciale e infinita cooperazione, la poesia riguarda sempre il presente, e non accetta nessuna museificazione.
È un’esperienza del segreto del vivere: siamo dentro una creazione che ci fa.” (7)
D. Rondoni