"imbarazzato e pentito"per
"avere messo a repentaglio il mondo che gli era stato affidato", non mostra nessuna disposizione ad imparare, ad accettare con umiltà insegnamenti da altri che non ha commesso quegli errori, o che li ha commessi in misura minore. La crisi che sta attraversando lo colloca invece su un piano ancora più elevato rispetto alle tante culture "della certezza"; non si aspetta perciò niente dai barbari e tratta con fastidio e sufficienza ogni forma di
"sensibilità etnologica", di
"comprensione antropologica". Inoltre, ed è ormai vezzo dell'intellettuale di sinistra, l'autore, contro il maschio cacciatore, parla anche in nome delle
"donne (...) che cacciatori non sono". (3) Principalmente, a me pare di scorgere un'analogia tra lo spirito dell'articolo e quello col quale, negli ultimi secoli, è stata condotta la guerra al senso del limite e alle culture materiali e locali.
"uno degli uomini più giusti e insieme più terribili del suo tempo", si trova a subire una prepotenza grave e del tutto arbitraria da un don Rodrigo locale (4). Un'ingiustizia di quelle che gridano vendetta al cielo. La certezza della gratuità del torto subito e l'ansia di un'urgente e piena riparazione trasformano quel fatto, agli occhi di Michael, in un buco nero nel quale implode (con la forza d'attrazione della complicità, diretta e indiretta) l'intero universo. Mentre il mondo s'annichilisce, l'ego della vittima si dilata fantasticamente, fino a sentirsi in grado di giudicare chiunque col metro di quel torto. Michael brucerà le città che non si dimostrano pronte alla sua sete di giustizia. Il sentimento di un'ingiustizia radicale apre le porte ad una paurosa semplificazione del mondo: "qualsiasi cosa (anche il nulla) meglio di questo".
quelli come me si occupano di animali per vedersela con gli uomini...che trova la sua ingiustizia assoluta. Lo scopo, dichiarato, è di semplificare,
io non penso più che si possa essere pro o contro la caccia "con giudizio": penso che si può solo essere pro o contro, che non si tratta di chi è cacciato, ma del cacciatore.Non si tratta di lottare contro l'irrazionalità delle leggi venatorie, contro la caccia tecnologica, contro l'aggressione a quello che resta del sistema ecologico che essa pone in atto, o contro la perdita di ogni dimensione sacra e cavalleresca che la riduce a pura violenza, né si tratta di deplorare i politici che s'arrendono (del resto come a tutte le altre) alla lobby dei cacciatori. No, il bersaglio è la caccia in quanto tale. Forti dell'identificazione con "15 milioni di vittime", si giudica ormai l'intera vicenda umana, accomunando nella stessa infamia assassina l'uomo di Lascaux, Gilgamesh, Ippolito, Alce nero, gli sterminatori di rinoceronti, i quagliodromisti, mio nonno. Così si fa torto alla ragione ed alla verità: non è vero che tutti i cacciatori assomigliano a quelli disegnati nell'articolo! Soprattutto, nessuno, oggi, possiede l'equilibrio sufficiente, né la saggezza, per emettere un tale giudizio.
In Moby Dick si spiegava che le balene, per quanto si dia loro la caccia, non si estingueranno mai. Non era vero. Si sono estinte.Era vero.
Occorre un prelievo, per ragioni di equilibri ecologici? Lo si dimostri e lo si assicuri in modo serio: forse il modo migliore non è di dar licenza ai volontari, vigendo la pena di morte, di eseguirla di persona, visto che ci provano gusto.Da quando ero piccolo in qua, il numero delle persone capaci di tirare il collo ad una gallina è drasticamente diminuito. È vero che le galline, allora come oggi, finivano sempre in pentola, ma la loro vita, tra l'uovo e la pentola, affidata ora alle cure di seri professionisti, non è certo migliorata.
Una volta di più la catastrofe ecologica contribuirà alla spoliazione dell'uomo da ogni saper fare sul suo ambiente, ed all'aumento del potere degli esperti.
"Una persona cui sono molto legato, anzi la persona a me più cara, mi ha esposto tempo addietro un dubbio per lei angoscioso: che da parte nostra non si stia ripetendo la tragedia di Michele Kohlhaas."